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Un mondo senza lieto fine

In occasione dell’uscita di “Cirkus Columbia” nelle sale italiane, riproponiamo l’intervista a Danis Tanovic realizzata durante la Mostra del cinema Venezia.

Ha bisogno dell’ennesimo cappuccino Danis Tanovic, occhiali scuri e la faccia di chi non ha molta voglia di rispondere sempre alle stesse domande. Gli chiedono subito se è soddisfatto della conclusione della sua trilogia, «non lo è, vi prego, altrimenti al mio prossimo film dovremmo parlare di quadrilogia, quintologia, sestologia». È subito chiaro come ogni suo film sia una storia a sé, a partire dalla scrittura che «ogni volta è dolorosa, è un mettersi a nudo. La gente per esempio non capisce che “L’inferno” era un film molto personale, “No Man’s Land” invece oggi sarebbe un qualcosa di molto diverso perché anch’io sono cambiato.
Per “Cirkus Columbia” ho preso l’idea dal libro di un mio amico (Ivica Djikic, ndr), che racconta in 90 pagine la vita di una città nell’arco di 12 anni: da lì sono partito per reinventare personaggi e idee. Fellini ne avrebbe certamente fatto un film, nel testo c’è un’atmosfera che rimanda al suo cinema. Il gatto nero per esempio è stato uno dei motivi principali per cui ho scelto questa storia».

Un altro sorso di cappuccino e la giostra dei giornalisti riparte. Vogliono le solite dichiarazioni di un reduce invece di quelle del cineasta e Tanovic chiarisce più volte che capire il conflitto nella ex-Jugoslavia è «tanto difficile per voi quanto per me».
“Cirkus Columbia” è non un film di guerra ma sulla guerra, sul senso dell’attesa di un conflitto irrazionale tra fratelli e vicini che una mattina si trovano improvvisamente a puntarsi i kalashnikov gli uni contro gli altri: «Quel periodo è stata l’ultima volta in cui mi sono sentito davvero felice, ma questo non vuol dire che adesso non lo sono, ho una moglie e quattro figli, però è diverso».

Non c’è un sapore propriamente nostalgico nelle parole del regista di “Triage”, ma la consapevolezza di un periodo da non archiviare con manicheismo storico: «Con Tito non era il migliore dei sistemi, ma funzionava. La Storia va a cicli, ci sono alti e bassi, adesso siamo nel punto più basso, non si può che risalire. La crisi attuale ha portato gli Stati Uniti a dare miliardi di dollari alle banche, io piuttosto li avrei dati alle famiglie per comprarsi la casa. È un pensiero socialista? Può essere, non lo so. In Jugoslavia c’è stata una guerra terribile e sai qual è la cosa assurda? Che alla fine della giornata tutto è finito e tra quarant’anni qualcuno potrebbe riaprire il conflitto e iniziare tutto da capo. È un non-sense, andiamo nelle stesse scuole, ascoltiamo la stessa musica, leggiamo gli stessi liberi ma non riusciamo a vivere insieme».

In un Paese dove la stessa lingua prende tre nomi diversi (bosniaco, croato e serbo), non si riesce a stare insieme forse perché si è troppo simili, sembra far capire Tanovic: «Ci guardiamo allo specchio e non ci piace quello che vediamo». Forse perché ci si aspetta sempre una quadratura del cerchio, una perfezione logica che non riusciamo a ritrovare nella realtà ma pretendiamo almeno dal cinema. E qui Tanovic si sfoga: «Non capisco come faccia la gente a volere sempre un lieto fine. Qualcuno mi ha anche ringraziato per lo splendido finale del mio film e io non ho potuto che rispondere “ma non ti sei accorto che la città era sotto i bombardamenti e nessuno avrebbe potuto far scendere i protagonisti dalla giostra?”».
Quando scoppia una guerra le giostre normalmente si fermano in attesa di tempi migliori e chi si trova in mezzo «ha solo tre strade che può percorrere: scappare, nascondersi o combattere; io volevo rendermi utile, ho chiesto “cosa posso fare per il mio Paese?”, sono andato a combattere due anni al fronte e ho assolto il mio dovere».
[PAGEBREAK] Un giornalista lo incalza chiedendogli se si senta in colpa per le atrocità commesse durante il conflitto e Tanovic risponde con le parole di un suo amico e compagno d’armi: «Non mi sento in colpa per i crimini commessi in mio nome, ma sono colpevole di fronte ad essi. Io non ho mai stuprato, saccheggiato o bruciato villaggi, ma quando viene fatto in mio nome ho la responsabilità di dire no».
Il regista bosniaco non è un reduce, ma si avvertono nelle sue parole delle ferite ancora aperte: il senso di ingiustizia per non aver punito chi ha ucciso migliaia di persone nella maniera più esemplare ma solo con pochi anni di carcere (il massacro di Srebrenica per esempio) spinge Tanovic a una dura riflessione sulla giusta pena di fronte ai cosiddetti crimini contro l’umanità.

«Perché chi ha massacrato migliaia di persone adesso è in carcere con tre pasti al giorno, un letto, la tv e la connessione internet, mentre la donna che ha perso la sua famiglia non ha un tetto sopra la testa e non può mangiare? È quella una pena?». Crea un momento di sconcerto questa affermazione, ma Tanovic specifica che non si tratta di un discorso legato alle emozioni o alla rabbia, ma un reale senso di giustizia: «Non sono arrabbiato, credimi, penso solo che queste persone debbano essere uccise. Penso che in alcuni casi sia necessaria la pena di morte: chi uccide e brucia villaggi credo dovrebbe essere messo alla pena di morte. Non è politicamente corretto, non dovete essere d’accordo con me, ma questa è la mia opinione».

Tanovic è stato a Birkenau e dopo aver visto il campo si è reso conto di quanto sia ingiusta la pena per chi abbia commesso quei crimini: «Quando vedo cosa hanno creato queste persone per mettere in atto una pulizia etnica francamente essi non meritano di stare nel mio stesso mondo. Non voglio qualcuno come loro vicino a me, non li voglio nella mia società. È me o loro. Perché torneranno di nuovo».

«Ma non stavamo parlando del mio film?», conclude Tanovic. La risata generale non maschera la sorpresa per queste considerazioni sulla pena di morte ed essersi inoltrati in un discorso che ha lasciato forse troppo poco spazio al film. E al suo felliniano gatto nero.

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