Home > Report Live > Un omaggio alla poesia di Leonard Cohen

Un omaggio alla poesia di Leonard Cohen

Nel buio dell’Arcimboldi salgono sul palco Philip Glass e altri sei musicisti.
Il teatro è pieno e la curiosità è molta. L’evento è senz’altro particolare: uno dei più discussi compositori mette in musica le poesie e i disegni di uno dei più celebri cantautori internazionali. Cosa può uscire da due sensibilità musicali così diverse, che niente hanno in comune se non forse una certa ossessiva ammirazione per gli archi e soprattutto i violini? L’uno – Glass – ha costruito la sua poetica sul minimalismo e sulle ripetizioni iterative, arrivando a costruire una musicalità quasi frattale e comunque estremamente razionale; l’altro – Cohen – l’ha costruita sulla malinconia, affrontando in ballate e chanson le passioni e le oscurità degli individui, sfiorate con soffusa delicatezza e permanentemente avvolte in ruvida grazia.
Ma per quanto la celebrità di Cohen sia dovuta essenzialmente alla sua musica, è nella poesia che risiede l’essenza della sua arte.
E con profonda ammirazione e un po’ di irriverenza, è questa arte che Philip Glass ha voluto regalarci.

Lo scenario è semplice: due tastiere in mezzo al palco, gli altri musicisti dietro e come sfondo un collage di disegni di Cohen a tratteggiarne i profili e le tematiche; il disegno centrale rappresenta un autoritratto di Jikan, “il silenzioso”: il nome con cui Cohen si faceva chiamare negli otto anni del suo soggiorno nel monastero buddista di Mount Baldy. tale ritratto poi si rivelerà essere un monitor sul quale scorreranno altri disegni profondamente autobiografici. Sotto il monitor una porta.
Il palco resta buio, si sente una voce registrata di Cohen che legge il prologo: “I know she is coming / I know she will look / And that is the longing / And this is the book”, attaccano gli archi, e lo spettacolo entra nel vivo.
Quel che seguirà sarà un insieme preciso e molto ben studiato di armonie, pattern ritmici, luci, coreografie, immagini proiettate sul palco e simboli.
La complessità di insieme presenta allo spettatore una biografia intensa e a tratti ironica del cantautore canadese.
Una poltrona, simbolo ricorrente in Cohen, resta in ombra in un angolo della scena per accogliere a volte Glass, a volte altri musicisti, caricandone significativamente l’assenza dal palcoscenico.
Lo spettacolo prosegue con geometrie armoniche perfette che a volte riescono anche a diventare un po’ noiose, anche i coristi ed i musicisti si muovono sulla scena seguendo coreografie altrettanto geometriche.

Come il pubblico inizia a perdere la concentrazione, i toni tornano ad essere ironici e vivaci; molto divertente “Puppet Time”, con i quattro coristi che di strofa in strofa variano posizione sul palco accompagnati da uno splendido contrabbasso, e poco dopo una lieve sfumatura di Gershwin colora “How Much I Love You”, sfogandosi poi in un’elastica ma poderosa “Babylon”: la musica è al suo culmine ed un brioso assolo di violino lo sottolinea.
Passa qualche minuto e il palco si accende di rosso, la musica incalza con energia e di nuovo il violino spicca: “This Morning I Woke Up Again”.
Lo spettacolo torna un po’ a spegnersi in una spirale ipnotica ed è di nuovo l’energia del violino a ridestare la platea, animando la lunga “You Came to Me This Morning”, già nota ai conoscitori di Cohen per aver dato luce alla “A Thousand Kisses Deep” in “Ten New Songs”.
Qui è ancora più evidente la distanza tra i due musicisti: dove Cohen accarezzava sensualmente la sua notturna malinconia, Glass la intinge in un misurato lirismo dandole uno spessore completamente differente.

“Epilogue – Merely A Prayer” conclude il concerto come un vero epilogo teatrale. I musicisti ringraziano e ricevono i meritati applausi.
Nell’aria rimane una vaga sensazione di ipnosi. I cancelli della musica si chiudono ed il dubbio che resta è se il Leonard Cohen che Glass ci ha voluto far vedere sia in realtà soprattutto una parte di noi. I temi, le parole e soprattutto l’ironia con la quale Glass ce lo ha voluto mostrare hanno un carattere troppo universale per appartenere ad un uomo soltanto. E – adesso che lo spettacolo è finito – quest’uomo è troppo distante da quel che il cantautore canadese ci ha mostrato di sé. Monsieur Cohen – ci dica – dove è finito il suo cappello?

Scroll To Top