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Un Pasolini mai visto prima

Dopo il successo della proiezione di venerdì incontriamo il regista di “Machan”, Uberto Pasolini. Il produttore di “The Full Monty”, ora per la prima volta regista, ci racconta come mai ha voluto raccontare una storia vera di una falsa squadra.

Come mai un italiano che vive a Londra decide di scrivere una storia di un gruppo di cittadini dello Sri-Lanka che voglio emigrare dal loro paese ed andare a vivere in Germania?
L’idea di realizzare questo film mi è venuta in Australia, dove mi trovavo per lavorare alla produzione di un grosso film di Hollywood. Sfogliando un giornale ho letto un trafiletto che parlava della storia di un gruppo di persone che volevano rompere il muro dell’Occidente e emigrare in Europa. Sono sempre stato interessato in questo tipo di tematiche e quindi ho colto l’occasione per poter parlare del difficile tema della povertà.

Come mai ha deciso di usare il registro della commedia per raccontare un argomento tanto drammatico quanto attuale?
La commedia è un genere che mi appartiene, che riflette meglio la mia personalità, e quindi mi è risultato più facile raccontare la povertà delle bidonville di Colombo in modo spiritoso e quasi comico. Già undici anni fa con “The Full Monty” avevo raccontato il problema sociale della disoccupazione in Inghilterra in modo divertente. La differenza con “Machan” però è che in questo caso non ho dovuto inventare uno streap tease per dare la chiave umoristica al film. Ci ha pensato il cast con il suo naturale sense of humor.

Com’è stato il rapporto con il cast? È stato difficile lavorare con dei non professionisti che appartengono ad una cultura totalmente diversa dalla vostra? Immagino che anche il problema della lingua non sia stato uno scoglio facile da superare.
Sono stato salvato da Prassana Vithanage (il produttore del film), e da Ruwanthie de Chikera con la quale ho diviso il lavoro di scrittura della sceneggiatura. Mi hanno aiutato molto a capire la cultura dello Sri-Lanka. L’interprete, poi, è stato bravissimo a tradurre in modo conciso e chiaro ciò che io dicevo. Tutta la troupe ha donato a me e al film tutto ciò che di vero e di buono c’è della loro cultura. Il risultato è un film fresco e autentico. La soddisfazione più grande che ho ricevuto però è stata durante la proiezione della pellicola a Colombo circa una settimana fa. Il pubblico lo ha adorato perché non hanno visto solo un film su loro, ma un film loro e per loro (a questo punto Pasolini mostra alcuni articoli di alcune testate dello Sri-Lanka dove si parla infatti di “a Sri-Lanka production“, ndr). Per me infatti sarebbe stato un fallimento se il film fosse stato apprezzato solo in Occidente.

Come avete ricostruito le vite dei 23 protagonisti?
Dato che si sono perse totalmente le tracce degli originari 23, abbiamo ricostruito le loro vite attraverso colloqui che abbiamo tenuto durante le settimane di ricerca nelle bidonville di Colombo. I personaggi sono veri, sono persone che abbiamo visto e conosciuto, a partire dalle vecchiette senza il tetto al signore che dice che le donne italiane picchiano i mariti.

Lei da produttore è diventato regista, quali sono i suoi progetti per il futuro? Regia o produzione?
Io non sono un regista, ho solo fatto una regia. Non credo quindi che mi cimenterò di nuovo con la macchina da presa a meno che non incontrerò un’altra storia che mi dia un impulso simile per raccontarla.

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