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Un percorso acustico lungo tre lustri

Certamente chiedere a Danny Cavanagh le motivazioni dell’addio al death/doom metal dei primi dischi potrebbe essere la domanda più banale di un’ipotetica intervista, è un discorso che avranno intrapreso oramai troppe volte nell’ultimo decennio. E non è certo un caso isolato, diverse band hanno compiuto il medesimo viaggio artistico nel panorama metal inglese (basti ricordare gli excursus depechemodiani dei Paradise Lost o i viaggi a Bristol dei My Dying Bride nel discusso “34.788%”), abbandonando le radici doom momentaneamente o definitivamente. Ma può risultare curioso scovare tra i pentagrammi della loro discografia delle tracce che fungano da prove del loro sviluppo. Vi invitiamo a viaggiare sulle note con noi, per scoprire come l’elemento intimistico/acustico non abbia mai abbandonato il cammino della band.

“Serenades” è il debut album degli Anathema nel 1993, produzione spigolosa e sezione ritmica strascicata, un disco metal, ma corrotto dalla purezza di Ruth Wilson, guest in “J’ai Fait Une Promesse”, un prezioso episodio folk cantato in francese che, vista la durata di altre tracce, non è nemmeno da dichiarare un intermezzo.
Il brano è collocato in terza posizione, numero ricorrente per simili esperimenti sonori, visto che due anni dopo “The Silent Enigma” mostra una seconda guest femminile nella stessa posizione: si tratta di Rebecca Wilson, che in “…Alone” interpreta il suo dolore, accompagnata da una chitarra acustica che giunge quasi da lontano, su di un cantato in tonalità alta. Il brano è palesemente strutturato in maniera più complessa del precedente, ha un’intro e una base in tastiera segno di come la band inizi a prendere confidenza con certi schemi di songwriting.
Poi giunge “Eternity”, album importantissimo per questa analisi, che consente, non solo di apprezzare “Angelica”, presente poi anche nel recente “Hindsight”, ma anche la radice delle scelte più recenti della band: al piano siede non solo Danny, ma anche Les Smith. Per questo disco si tratta soltanto di un’apparizione in qualità di session man, ma è indicativa di come si tenda a pavimentare il sound anche grazie all’ausilio di musicisti adatti a ricoprire un ruolo specifico.
Stavolta ci troviamo di fronte a tre title-track, in un songwriting di base con chitarre zittite di elettricità . Sono un po’ il manifesto dell’intero album, costruito in struttura inizialmente unplugged, per poi indossare un vestito di power chords. A dimostrazione di questo troviamo tra le bonus track della versione remastered del 2002 di brani come “Far Away” e “Eternity III”, interpretati con il solo ausilio delle sei corde.
[PAGEBREAK] Agli inizi del 1998 vede la luce un progetto che spesso si trascura: la release di una compilation chiamata “Peaceville X”, con una raccolta di cover di band dell’etichetta inglese alle prese con generi musicali apparentemente lontani dal proprio campo di appartenenza. Gli Anathema, al momento senza batterista, optano per dei brani che ben tracciano le loro ispirazioni del momento: due cover dei Pink Floyd (“One Of The Few” e ” Goodbye Cruel World”) e un totale riarrangiamento di “Better Off Dead” dei Bad Religion, in chiave melodicamente emotiva a supporto di piano e archi, con ospite nuovamente Michelle Richfield. Daniel Cavanagh appare anche con i suoi LID, riprendendo i Beatles di “Don’t Let Me Down”.
Pochi mesi dopo esce “Alternative 4″. La formula si arricchisce e gli ultimi respiri metallici si avvicinano alla porta… Insieme a loro, va via anche Duncan Patterson, separazione consensuale e completamente amichevole: il bassista è il primo a riprendere esperimenti unplugged del passato degli Anathema con i suoi Antimatter. Nel 2002 nell’EP gratuito vengono pubblicate “Lost Control”, “Destiny” e “Suicide Veil”. Due anni dopo di aggiungono anche le due title-track “Alternative 4″ e “Eternity III” nell’ottimo “Live K13″.

Tornando ai fratelli Cavanagh, il secolo si chiude con “Judgement” e si apre il nuovo con “A Fine Day To Exit”, rispettivamente il più pinkfloydiano e il più radioheadiano della discografia. Se nel primo l’uso degli assoli à la Gilmour e dei tasti bianchi e neri personalizzano maggiormente il background compositivo della band, il secondo tende a presentarsi nella sua semplicità, quasi fosse registrato in presa diretta. Intimo, serafico e lontano dalle inquietudini degli esordi.

Dopo i cosiddetti problemi in famiglia, due anni dopo esce “A Natural Disaster”, di matrice più elettronica, con uso di sovraincisioni e reverse. Ne scaturisce il primo vero tour acustico in compagnia di Dave Wesling della Royal Liverpool Philharmonic Orchestra. Il suo violoncello terrà poi compagnia alla band anche nelle registrazioni del DVD “A Moment In Time”.
Il legame oramai stretto porta il musicista alla collaborazione anche nell’attuale “Hindsight”, che vede anche un altro piacevole comeback momentaneo: quello di Duncan Patterson, qui impegnato nel solo di “Flying” con un mandolino. Una sorta di ipotetico cerchio che si chiude, abbracciando esperienze di vita e ispirazioni sviluppate nel corso degli anni. Gli stessi brani sembrano avere altra luce: i testi di “A Natural Disaster” e “Fragile Dreams” sono leggermente modificati e altri pezzi sono arricchiti di nuovi arrangiamenti. “Are You There?”, ad esempio, risente molto del disco di cover realizzato da Danny nel 2004, “A Place To Be”, riprendendo undici brani di Nick Drake. A questi si aggiunge l’inedito “Unchained (Tales Of The Unexpected)”, composto nel 2001. Tutti spunti degni di un gruppo di amici che nel booklet si autodefiniscono: Musical Souls On a Never Ending Search, giusto sopra i loro nomi, come fosse un epitaffio, ma di un inizio eterno.

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