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Un regista italiano

Enrico Pau nasce a Cagliari e fin da giovanissimo si interessa all’arte cinematografica. Insegnante di lettere, negli anni ’80 inizia una collaborazione con la sede locale di Radio Rai scrivendo programmi in coppia con Aldo Tanchis con il quale collaborerà per molti dei suoi primi lavori come il cortometraggio “La Volpe E L’Ape“.
Nel 1997 dirige l’operetta musicale “Il Brutto Anatroccolo” da Hans Christian Andersen, scritta con Aldo Tanchis, musicata da Giorgio Gaslini e interpretata da Maria Pia De Vito e Paolo Fresu. Nel 1998 realizza il documentario “Storie di Pugili” scritto con Aldo Tanchis.
Il 2001 è l’anno del suo primo lungometraggio, “Pesi Leggeri” al quale segue, nel 2004, il documentario “L’Anatema di Aquilino”, dedicato al poeta cagliaritano Aquilino Cannas vince il Premio Giuseppe Dessì.
Nel 2006 esce “Jimmy Della Collina“, protagonisti Nicola Adamo, Valentina Carnelutti e Francesco Origo.

Il cinema di Pau si contraddistingue per l’interesse verso il mondo giovanile e le sue dinamiche, un mondo che per il regista è in continuo movimento e forse per questo è quello più affascinante da raccontare e da vedere.
Il suo cinema è una ricerca dell’equilibrio e del vero e le sue storie sono legate strettamente alla sua città, Cagliari, con tutte le sue diversità e contrasti. Un cinema onesto, dalle storie semplici ma reali e sincere. Enrico Pau è un regista profondamente italiano che racconta storie universali in una terra come quella sarda che offre tanti spunti e tante verità da mostrare.

Lei lavora parecchio con i giovani. In che cosa viene arricchito da questo rapporto che ha con i ragazzi?
Io sono innanzittuto un insegnante, sono uno dei pochissimi registi-professori e quindi ho un rapporto abbastanza forte col mondo giovanlie. Sono sempre rimasto molto affascinato dall’adolescenza come tema da raccontare, il mio è un rapporto quasi istintivo e naturale. Mi ricordo di quando ho iniziato non avendo nessun appoggio e l’idea di poter avere qualcuno che mi raccontasse come funzionava il cinema mi sembrava bello e mi è sembrato giusto poter dare questa possibilità ad altri, la possibilità che io non ho mai avuto. I giovani poi hanno una grande passione, sono estremamente creativi, vitali e sotto certi punti di vista sono molto più interessanti di noi adulti. In questa società i giovani non trovano molto spazio, basti pensare alla classe politica italiana: il ricambio generazionale è praticamente assente.

Riguardo al suo rapporto con i giovani: in “Jimmy Della Collina” è facile potersi relazionare al personaggio di Jimmy ed essere coinvolti dalle sue vicende anche se si è adulti. Lei si è lasciato travolgere dalla storia o ha cercato di mantenere un profilo più distaccato per riuscire a raccontarla più obiettivamente?
Non sono mai distaccato, è rarissimo che io riesca ad esserlo nei confronti di quello che racconto. Inoltre il tema dell’adolescenza è molto affascinante anche perché io mi ritrovo ancora a vivere in questa dimensione. L’adolescenza è decisamente più interessante di altre età perché è quella dell’incertezza e forse è per questo che Jimmy affascina, è un personaggio che ha voglia di scoprire i propri limiti, di superarli e in qualche modo di non accettarli. Questo narrativamente è molto più interessante di una vita placida e tranquilla. Spesso ci sono romanzi che parlano di adolescenti, si chiamano romanzi di formazione, in questo caso potrebbe essere il racconto di un passaggio abbastanza importante verso la conquista di sé o la fuga da sé. Il vero Don Ettore Cannavera dice che spesso i ragazzi che si trovano nelle comunità di recupero fuggono da loro stessi, sono ragazzi che fanno prima di tutto i conti con loro stessi.

Lei usa di frequente gli spazi urbani, ad esempio in “Pesi Leggeri”. Che cosa cerca di catturare da questi ambienti?
Io sono nato in una città e Cagliari, pur essendo piccola e non essendo una megalopoli, ha tutti gli elementi e tutte le contraddizioni che caratterizzano una metropoli. È una delle poche città sarde che ha delle periferie e ha anche un vissuto contradditorio legato a queste.
Quello della periferia è un universo interessante, vitale, dove si trova l’anima più popolare della città. Vedo che qualcuno ora comincia a riconsiderare quel cinema inglese degli anni 60 che raccontava storie di ragazzi ribelli, che vivendo nelle periferie con condizioni sociali precarie, cercavano in tutti i modi di uscire da quelle realtà. Cagliari poi ha periferie che hanno ancora qualcosa di antico pur essendo drammaticamente moderne perché ci vivono persone che vengono dal centro della città, che sono sempre state relegate negli ambienti più popolari . e che hanno a cuore la storia e la memoria della città. Poi c’è un omaggio a Pasolini, al suo desiderio di raccontare quel mondo. Abbiamo avuto la fortuna di avere uno scrittore come Sergio Atzeni che ci ha dato degli strumenti per poter capire questo mondo, questa dimensione.
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Che cosa le piace di più del suo lavoro di regista?
Di poter creare emozioni con poco. È uno dei pochi lavori che lo consente, quando riesci a costruire qualcosa che sta in equilibrio, a costruire una scena dove gli attori sono precisi, dover tutto è credibile. In un romanzo è più facile raccontare la realtà perché la scrivi come vuoi, nel cinema la devi anche far vedere ma quando riesci a raggiungere quell’equilibrio che porta alla verità, allora è un piccolo miracolo e un privilegio.
Ho una grande passione per la pittura, amo lavorare con le immagini: il cinema è la sintesi di tanti linguaggi e uno di questi è quello fotografico, l’aspetto visivo è molto importante, poter mostrare un proprio sguardo…

Per costruire le sue storie da che cosa prende spunto?
Nel caso di “Jimmy Della Collina” da un romanzo, ma molte volte da una suggestione, da un pensiero. Quando leggo il giornale e una cosa semplice colpisce la mia attenzione. Magari qualcosa che qualcuno non del mestiere non potrebbe notare, mentre noi “matti” (perché ci vuole un pizzico di follia per fare questo lavoro) invece si.

Registi che provengono da determinate regioni italiane spesso rimangono confinati nella loro realtà regionali. Questo accade a molti autori giovani, anche sardi. Secondo lei che cosa manca a un film sardo, a un film pugliese o a un film calabrese per arrivare al grande pubblico italiano? Il suo “Jimmy Della Collina” è stato molto apprezzato all’estero poco in Sardegna, secondo lei è un fattore culturare o manca qualcos’altro?
Io sono un regista italiano, non sardo e parlando del mio film posso dire che è stato distribuito in modo abbastanza precario e forse avrebbe meritato un altro tipo di attenzione e magari avrebbe avuto più fortunante, ma è il meccanismo di distribuzione italiana che ha problemi. Io sono stato fortunato ad essere stato appoggiato da una casa di distrubuzione, l’Arancia Film, poi ci sono dei film come il mio che hanno più una vita da festival ed è comunque importante perché anche li c’è un pubblico e da li nasce la possibilità di fare altre cose.

Il suo lavoro è anche collegato a quello dell’università.
Sono stato contattato dall’Università di Cagliari ed è qualcosa di molto coinvolgente perché comunque si ricollega al mio rapporto con i giovani, mi costringe in qualche ad essere molto vicino a loro. Oggi vedevo le immagini delle proteste e delle manifestazioni a Roma, e pensavo che nonostante tutto c’è ancora qualcuno tra i giovani che prende posizione, magari in maniera un po’ troppo violenta, ma è giusto che qualcuno faccia sentire la nota stonata.

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