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Un remake infernale

Molto difficile rimanere ‘seri’ quando si parla di horror, nel terzo millennio. L’opera di destrutturazione partita sul finire degli anni Novanta con la deliziosa serie di “Scream“, nella quale Wes Craven e Kevin Williamson smontano e rimontano i canoni del genere a loro piacimento, ha determinato progressivamente la fine dello slasher classico (“Halloween” e “Venerdì 13“, per capirsi) e ha dato la stura a nuovi filoni ormai esplorati anche questi fino all’osso, come il found footage (da “Blair Witch Project” ai vari “Paranormal Activity” passando per “Rec“) e il torture porn (“Saw” e “Hostel“).

L’ultima moda commerciale di Hollywood è il remake dei classici anni Settanta e Ottanta, adattati al nuovo gusto, più estremi e quindi riproposti al cinema per le nuove generazioni. Artisticamente quest’ultimo filone ha regalato veramente poco, se non per il contributo del grande Rob Zombie alla causa.

Ci si avvicina quindi con i peggiori pregiudizi al remake de “La Casa“, rifacimento del film di Sam Raimi che generò una trilogia di culto assoluto ma dove, nei capitoli successivi, l’umorismo la faceva da padrone attraverso il personaggio principale, il grande Ash, prototipo dell’idiota americano medio interpretato da quel meraviglioso faccione di Bruce Campbell, un personaggio molto vicino al carpenteriano Jack Burton che andava a Chinatown per trovarsi lì in grossi guai. E invece…

Il giovane uruguagio Fede Alvarez dimentica tutto e realizza un horror da inferno sulla Terra simile per truculenza forse solo al primo “Non aprite quella porta” di Tobe Hooper o alle prime opere della coppia Yuzna/Gordon. La produzione di Sam Raimi e Bruce Campbell, desiderosi di aggiornare il brand, poteva bastare da sola come garanzia di qualità: i due hanno lasciato campo libero al giovane Alvarez, basando l’immensa fiducia su un suo corto, “Ataque de Panico!”, che gira da tempo su Youtube.

L’ossatura della trama è rimasta quella: cinque ragazzi s’incontrano per passare il weekend in una casa disabitata nel bel mezzo di un bosco, isolata da tutto a da tutti. Il pretesto è nuovo: il tentativo di disintossicazione dall’eroina di una di loro. Proprio i personaggi rappresentano l’unico problema: odiosi e poco empatici, l’indicibile numero di torture e squartamenti che subiscono c’impressiona ma non perché i ragazzini non se lo meritino. Se però tutto ciò è una denuncia della scarsa fiducia che Alvarez nutre nei suoi coetanei, allora funziona perfettamente. Il preambolo dura pochissimo, dopo poco più di dieci minuti il Necronomicon è stato già letto, la maledizione/morbo è già in azione. Sarà una corsa senza pause fino al finale, dove compare perfino una surreale pioggia di sangue.

Se leggiamo tutto come un psicotica esperienza nel tunnel della disintossicazione, il film prende una connotazione sociale che sulle prime pare non avere. Non si salva nessuno, all’apparenza, né la schiava della dipendenza, né il suo inetto fratello, né gli amici saccenti, né la biondina bidimensionale senza personalità (ma attenzione al finale, dove si susseguono alcune sorprese molto ben giocate).
Il comparto visivo è la parte migliore del film, specialmente ell’atmosfera malsana che regna nei dintorni della casa: un misto di ultrarealismo e ostentata finzione alla “Sleepy Hollow”, difficile da spiegare a parole quanto bello da ammirare. Astenersi spettatori impressionabili, please: per un’ora e mezza le scene in cui si respira sono davvero poche.

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