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Un report che non fa ridere

All’esame scritto per diventare un “indie che ascolta il folk”, nel fitto di quesiti a scelta multipla quali «Quante magliette di “Meat Is Murder” hai?» o «Qual è il tuo album preferito di Daniel Johnston?», almeno cinque domande riguardano Laura Veirs. Se rispondi correttamente, in premio ti regalano un blog.

Premessa: la mia passione per Laura Veirs si limita a un disco, “The Triumphs And Travails Of Orphan Mae”, quello per gli ascoltatori di bocca buona. Ho moderatamente apprezzato tutti e sette gli album, ammiro il suo vocabolario, ma siamo ancora due passanti che si incrociano per strada e si sorridono per cortesia. Per la maggior parte del tempo ci ignoriamo. Poi c’è un altro fatto: ogni volta che un comunicato stampa parla di Laura Veirs, compare come tagline la parola «Ironia». Il che è molto discriminatorio, perché se una porta gli occhiali e suona musica un tantino intimista questo non vuol dire che, di mestiere, debba mantenere una verve frizzantina. “Through December”, ad esempio, è uno dei brani di Laura Veirs più belli che si possano ascoltare, eppure non fa per niente ridere. Ah, e comunque, «ironico» è l’aggettivo meno divertente che ci sia.

Un paio di passi indietro. Apre la serata L. Alex Guy, in arte Led To Sea, violista di Laura Veirs che nel tempo libero costruisce le sue canzoni dal vivo stratificando frase di viola su frase di viola, loop dopo loop. Andrew Bird incrociato con Owen Pallett incrociato con Alex Britti, solo femmina introversa.
Seguono i pavesi Emily Plays e, che sorpresa!, fanno il pop folk. Merito della front-girl Sara Poma e del pianista Marco Albano, iniziano come se fossero i Radiohead strizzati attraverso la radio e finiscono come se fossero gli Elbow strizzati attraverso la porta di casa. Il set è orecchiabile e non impegnativo ma non per questo scontato. Evviva Pavia.

Accompagnata da Alex Guy e dal chitarrista Tim Young, Laura Veirs non è certo nota per la sua voce impeccabile, anzi, tende ad essere sgradevole. Qualche volta, anziché fischiare, soffia. Ma il suo fingerpicking è candidato agli Oscar come Miglior Film, gli arrangiamenti complessivi di ogni brano sono densi, trattenuti e sempre al proprio posto. L’effetto d’insieme, insomma, rimane impeccabile. Laura Veirs è la regina dell’americana, siede in questi vastissimi spazi aperti contemplando i fenomeni celesti e cercando di impreziosire i suoi innamoramenti con terminologie ricercate. Questo, signori, le riesce benissimo. «Ironico» lei forse lo diceva a DIECI ANNI.
Il live alterna brani dell’ultimo disco, “July Flame”, visite riaggiornate ai successi dei vecchi album e pezzi folk tradizionali durante i quali, lo si dice a costo di adirare tutti i fan della prima ora, la band dà il meglio di sé. C’è “All The Pretty Little Horses”, c’è una versione a cappella ironica e semi-improvvisata di “The Old Cow Died”, su cui il pubblico è incitato a battere le mani a tempo; c’è anche “Freight Train” di Elizabeth Cotten, una quarantina di ottave più tardi.

Il concerto, ahimè, non dura più di un’ora e un quarto: Laura Veirs è da poco mamma e suo figlio non ha ancora assaggiato il gelato italiano.
Dirà il figlio, in futuro: «quel giorno mia madre, LAURA VEIRS, mi ha portato a mangiare il gelato».

Carol Kaye
Riptide
Sun Is King
When You Give Your Heart
Where Are You Driving?
All The Pretty Little Horses
Jailhouse Fire
Magnetized
The Old Cow Died
Life Is Good Blues
Wide-Eyed, Legless
I Can See Your Tracks
Make Something Good
July Flame
Freight Train
Through December

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