Home > Zoom > Un semiriuscito baraccone d’altri tempi

Un semiriuscito baraccone d’altri tempi

Gli ultimi progetti di Gore Verbinski riscuotono la mia simpatia, riuscendo quasi a riconciliarmi col suo cinema nonostante anni di Pirati a zonzo per i Caraibi. Il motivo sta soprattutto nel suo amore per il western, nel modo in cui si riallaccia alla tradizione di un genere ormai quasi defunto e che nonostante ciò, grazie al potere contrattuale del regista, è riuscito a garantirgli un budget di 250 milioni di dollari, che paragonato alle cifre in genere sborsate per gli ultimi western/blockbuster è un gran bell’attestato di fiducia. Fiducia che però – visti i risultati al botteghino – potrebbe finire qui.

E con essa il genere western?

Non è un caso che “The Lone Ranger” scelga come protagonista un uomo che è letteralmente un morto tornato dalla tomba e indossa una maschera per difendere la giustizia in un mondo/West dove è il dollaro a farla da padrone. D’altronde il genere non ci racconta altro da quarant’anni, gozzovigliando tra le viscere e i resti, per fare spettacolo con i fantasmi. È su questa linea che si inserisce Verbinski.

Come già in “Rango”, il regista sfodera la serie completa dei luoghi e dei tipi del western classico frullandoli in ritmo rutilante per famiglie e una spruzzata ben dosata di ironia, legata soprattutto allo schema del buddy-buddy movie – qui incarnato dalle due figure protagoniste, l’indiano Tonto di Johnny Depp e il Ranger del titolo con la faccia di Armie Hammer.

Ribaltando un po’ gli schemi, la storia affida il ruolo di narratore proprio a Tonto, sebbene sia ancora l’uomo bianco a essere il vero protagonista sentimentale e d’intreccio. Eppure Tonto è la chiave di volta del film. La storia del Lone Ranger, filtrata da un punto di vista non si sa quanto attendibile, va ad ingrassare quella visione precaria del West, che sfuma in una leggenda da baraccone. Ed è questo in fondo che permette al film le sue trovate ironiche più assurde e lunari, complice un cavallo “richiama-spiriti” e una catch-phrase di Depp assai gustosa.

A questo punto però occorre arrestarsi e fare un bel respiro. E guardare in faccia i difetti del film che non riesce a trovare l’equilibrio tra leggerezza e profonda coerenza interna che aveva fatto la fortuna di “Rango”. Qui l’omaggio è debitore soprattutto di quegli spettacoli da fiera che fanno anche da cornice alla storia e che sono ben sintetizzati nella rutilante sequenza iniziale e in quella finale, in quegli inseguimenti su/tra i treni che mettono in moto l’azione contrappuntata dalla leggerezza di Rossini. Sono i momenti in cui la regia di Verbinski mostra maggiormente le proprie indubbie abilità, in una manciata di sequenze che ci fanno tornare bambini, tanto quanto le stralunate battute di Tonto, interpretato da un Depp ai limiti del gigionismo ma che nella versione originale si fa apprezzare per un ricercato lavoro sul linguaggio in piena fusione col quello del corpo.
[PAGEBREAK] Gli altri problemi di “The Lone Ranger” sono la lunghezza esorbitante e il tono indeciso da intraprendere: due elementi che finiscono per convergere. La durata è infatti troppo estesa per l’andamento scanzonato scelto, ma al tempo stesso Verbinski tenta di infilare all’interno del suo intreccio una serie di riflessioni e sequenze molto più oscure che però mal si conciliano con la politica della Disney (che è poi il punto in cui convergono i due problemi di cui sopra). La casa di Topolino, infatti, si trova a ospitare atmosfere, personaggi e vicoli narrativi che mal si conciliano alla sua visione, insistendo troppo per smussare ogni rotaia eversiva, sebbene non manchi un villain di tutto rispetto, ma che compie le sue nefande firme sugli avversari fuori campo o in inquadrature fuori fuoco. Avere un villain cannibale e tentare al contempo di censurarlo finisce per strozzare in parte l’anima del film, che salta così da un treno all’altro e riesce appena a soffermarsi in alcune stazioni molto lontane dal sole accecante della Monument Valley – producendo peraltro alcuni dei momenti migliori del film, come il flashback che riguarda Tonto – o si attarda su personaggi in fin dei conti del tutto inutili – quello della Bonham-Carter – o sulla caratterizzazione del protagonista, la cui evoluzione è troppo ritardata.

Tuttavia, a saperlo prendere, rinunciando all’analisi troppo accademica, “The Lone Ranger” è un baraccone – nel senso più positivo e spettacolare del termine – un’avventura d’altri tempi, leggera e ingenua, coi suoi difetti innegabili ma anche con un pugno di trovate rocambolesche, memori della magia primigenia dell’intrattenimento delle origini del secolo scorso. Certo, una piacevolezza forse effimera, che si consuma nel momento stesso in cui si esce dal cinema, e al di sotto delle capacità espresse dal suo regista proprio in questo genere, ma neanche quel disastro che vorrebbero alcuni critici.

Scroll To Top