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Un thriller per famiglie

Abbiamo incontrato Peter Jackson, regista di “King Kong” e della trilogia del “Signore Degli Anelli”, a Roma per l’anteprima del film “The Lovely Bones” – in Italia sarà “Amabili Resti” – accompagnato dalla protagonista del film Saoirse Ronan (già vista nei panni della sorella di Keira Knightley in “Espiazione”).
Il film è tratto dell’omonimo romanzo d’esordio di Alice Sebold, bestseller da due milioni di copie (pubblicato in Italia da e/o), e racconta dell’omicidio efferato di una quattordicenne della provincia americana in modo unico: la voce narrante è proprio quella della giovane vittima, che dall’alto del suo Cielo, a metà strada fra il Paradiso ed il mondo dei vivi, segue le indagini, la vita di familiari e amici, ma anche quella del suo carnefice.

Cosa le è piaciuto del romanzo di Alice Sebold?
“Amabili Resti” mi ha incuriosito per come affronta temi difficili da un punto di vista unico e con uno stile senza compromessi. Inoltre, se devo passare due anni della mia vita su un progetto voglio che sia qualcosa di impegnativo, una sfida costante, e il romanzo di Alice ha tutti gli elementi giusti: la storia di una ragazzina brutalmente uccisa e del modo in cui i suoi familiari le sopravvivono poteva trasformarsi in qualcosa di assolutamente deprimente. Invece Susie non si auto commisera, ed è attraverso quest’ottica che ho voluto parlare non tanto dell’omicidio, quanto dell’amore e della perdita delle persone amate, che costringe chi rimane a dover ririconsiderare la propria vita. Alla fine credo che questo sia un film adatto ai ragazzi, io stesso ho con Fran (sua partner e co-sceneggiatrice) una figlia adolescente e penso che il film sollevi temi interessanti da discutere tra genitori e figli.

Quanto c’è di “Creature Del Cielo” in questo film?

Poco. Ho diretto “Heavenly Creatures” sedici anni fa, ed era un film ispirato ad una storia vera, scritto sulla base dei diari dei protagonisti. “Amabili Resti” è la trasposizione di un romanzo, e qui mi interessava soprattutto parlare di ciò che accade nell’aldilà.
Posso capire perché la gente trovi dei legami nella nostra filmografia, ma noi realizziamo un film alla volta, che è quello che ci interessa.

Il tema dell’aldilà ha alle spalle secoli di tradizione iconografica. Cosa ha voluto comunicare allo spettatore con la sua interpretazione?
Tutti al mondo si domandano cosa c’è dopo la morte, è un mistero che unisce l’umanità. Ma mi piace pensare che possa esserci una sorta di spiegazione scientifica e razionale capace di dimostrare che una sorta di energia vitale rimanga nell’aria anche dopo la nostra dipartita. I film però sono prima di tutto intrattenimento, quindi mi interessava coinvolgere lo spettatore ad un livello emotivo. Anche attraverso il sentimento di vendetta che Susie prova per l’uomo che l’ha uccisa.

Lei fa un cameo nel film (così come in tutti i suoi film) e cita spesso Hitchcock come una sua fonte di ispirazione. Può dirci qualcosa di più?
Beh, il cameo è ovviamente un’idea rubata ad Hitchcock, e la sua influenza in questo film è notevole in alcune scene, soprattutto quella in cui Linsday entra di nascosto nella casa dell’omicida in cerca di prove. Così, mi è piaciuto lavorare su inquadrature hitchcockiane, sui rumori o l’assenza del rumore per creare suspence.
Inoltre Hitchock disse una volta “I film di alcuni sono fette di vita, i miei sono fette di torta”. Condivido in pieno questa affermazione, per me il cinema rimane sempre intrattenimento, qualsiasi storia si racconti.

A proposito di rumori, in questo film il lavoro fatto sul sonoro è fondamentale…
Ottima domanda. Mi chiedono spesso della colonna sonora o degli effetti visivi ma invece spesso è proprio la cura del suono a muovere molti eventi. È una delle armi segrete di un buon regista, un elemento che raramente salta all’attenzione ma che agisce inconsciamente sullo spettatore. Per Harvey, ad esempio, mi piaceva l’idea che fosse in totale simbiosi con la casa in cui abita, tanto da riuscire a percepirne ogni rumore e scricchiolio. Anche nelle scene ambientate nell’aldilà abbiamo curato molto questo aspetto: quando Susie si trova in una foresta abbiamo cercato di immergerla in un mondo di suoni del tutto innaturali, per far percepire il distacco dalla realtà.
La colonna sonora invece è curata da Brian Eno e l’incontro è stato del tutto fortuito: lo avevamo contattato per poter usare un paio di sue canzoni nella colonna sonora e si è interessato al progetto al punto che è stato lui a proporci una collaborazione.

Parliamo un po’ degli attori. Come ha scelto Stanley Tucci e Susan Sarandon? Come è stato lavorare con loro?

Volevo che il personaggio del serial killer fosse un uomo noioso, banale. Non un eccentrico alla Hannibal Lecter, ma il tipico vicino a cui nessuno bada perché se ne sta sempre chiuso in casa. Stanley è stato il primo attore a cui ho pensato per la parte mentre lavoravo alla sceneggiatura. Prima di accettare ha voluto leggere lo script e discuterne a lungo, tanto che temevo che alla fine non avrebbe accettato. Si trattava di immedesimarsi completamente in un personaggio controverso, disturbato, difficile da interpretare per chiunque, tanto più per un padre di famiglia come è lui. Abbiamo lavorato molto sul suo aspetto fisico e credo sia stato questo ad aiutarlo: essere irriconoscibile persino a se stesso lo ha messo più a suo agio nei panni del serial killer.

Susan Sarandon invece è un vero spasso. Si rimane spesso delusi dal primo incontro con alcuni attori visti in tanti film e di cui ci siamo fatti un’immagine idealizzata. Con Susan non è andata così, è esattamente come la immaginate ed è uno spasso averla sul set.

Come ha scelto Saoirse Ronan per la parte della protagonista? È stato influenzato dal suo ruolo in “Espiazione” di Joe Wright?
In realtà abbiamo concluso il casting sei mesi prima dell’uscita di “Espiazione”, ma Joe Wright è stato così gentile da mostrarci in anteprima un dvd con le sue scene. Eravamo comunque già in contatto con lei e vederla sul set di “Espiazione” non ha fatto che confermare la nostra scelta. Trattandosi di un film ambientato negli Stati Uniti però avevamo iniziato lì il casting per trovare la protagonista. Ma dopo una ventina di provini eravamo sconfortati, le giovani attrici americane sono troppo “contemporanee” per una storia ambientata negli anni ’70 e sembrano tutte uscite da Disney Channel. Saoirse invece era perfetta. Sono contento di questa scelta, anche se ovviamente dovendo seguire le riprese in due diversi continenti e dovendo affrontare un personaggio dal destino così crudele abbiamo discusso a lungo con lei e con i suoi genitori prima di affidarle la parte.

I suoi film sono stati tutti girati in Nuova Zelanda, questo è il suo primo film americano. Che differenze ha notato nell’impostazione del lavoro?
Lavorare in Nuova Zelanda ha i suoi vantaggi a partire dal fatto che sei a casa tua e fuori dal sistema digli Studios americani.
Per questo film ho voluto girare gli esterni in Pennsylvania perché è lì che è ambientato il romanzo, nei luoghi in cui Alice Sebold, l’autrice, è nata e cresciuta. Ci è stata di grande aiuto, indicandoci con esattezza i luoghi a cui si era ispirata per scrivere “Amabili Resti”. Il resto del lavoro però l’abbiamo fatto in Nuova Zelanda.

Tolkien era un uomo che credeva che ciò che scriveva fosse reale. Negli extra del dvd di “King Kong” lei stesso invitava gli spettatori a credere nell’esistenza del gorilla, descrivendo anche i resti dell’animale ritrovati a New York. In “Amabili Resti”, nessuno sembra dubitare dell’esistenza di un aldilà e della presenza di fantasmi. Quanto conta per lei questo tipo di immaginazione, e quanto crede a sua volta in quello che racconta?
Credo che se in un film è presente una dimensione fantastica i protagonisti debbano essere i primi a credervi, o la reazione dello spettatore sarà compromessa. Il cinema è già di per sé una dimensione “altra”, non puoi chiedere allo spettatore di seguirti se sei tu stesso a non credere a quello che hai realizzato. Per esempio, nelle scene di battaglia de “Il Signore Degli Anelli” ho utilizzato molta camera a mano, per dare l’impressione di riprese semidocumentaristiche che non sembrino delle classiche inquadrature con effetti speciali.

Cosa pensa della nuova ascesa della tecnologia 3D?
Non sono contrario al 3D, credo sia semplicemente una nuova evoluzione del cinema nel campo dell’intrattenimento degli spettatori. Non mi disturba l’uso degli occhialini, l’importante è che mi piaccia il film. Adesso se ne fa un gran parlare perché è una novità e siamo in una fase transitoria, ma anche con l’avvento del colore erano in molti ad essere dubbiosi. Quando non sarà più una novità impareremo a prenderlo per quello che è, semplicemente una nuova alternativa a disposizione dei registi nel modo di fare i film.

“Amabili Resti” uscirà nelle sale italiane il 4 Febbraio distribuito dalla Universal.

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