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Una conversazione intima

Wayne Shorter è uno dei più grandi compositori jazz viventi. Alcuni suoi pezzi sono ormai diventati standard. Si poteva quindi immaginare che avrebbe attinto soprattutto al suo enorme repertorio per il concerto di domenica sera all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Ma è la sua reputazione come formidabile improvvisatore che viene confermata. Quello che vediamo è spontaneo e sicuramente unico, con solo brevi allusioni al suo lavoro registrato.

Due sono le suite, la prima delle quali dura quasi un’ora senza pause. Il suono del sassofono tenore di Shorter all’inizio si scambia con gli spessi accordi di Danilo Perez al pianoforte, i brividi scuri del contrabbasso di John Patitucci e i radi ma drammatici ritmi del batterista Brian Blade. L’atmosfera della musica cambia costantemente.

Una musica buia e ossessionante diventa all’improvviso leggera e speranzosa. Dai ritmi tesi e lenti del gruppo, punteggiati dal sassofono, arriva senza avvertimento un climax e i brevi gesti di Shorter diventano frasi intricate e snodate. Quando Shorter prende il soprano per la prima volta, Perez trova un riff ed emerge una melodia che parte con incredibile rapidità. Per tutto il concerto i motivi sono brevi e passaggeri, ma se la forma è complessa e imprevidibile, non di meno è precisa e diretta.

Un concerto in cui le melodie sono così elusive e le occasioni in cui il gruppo trova un groove durano attimi è sicuramente impegnativo per l’ascoltatore. Non proviamo il piacere veloce di un’esecuzione di musica riconoscibile ma qualcosa di più profondo. Stiamo ascoltando un’intima conversazione tra quattro virtuosi suonatori e si ha la sensazione di essere lì come testimoni privilegiati.

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