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  • Una donna fantastica

    Diretto da Sebastián Lelio

    Data di uscita: 19-10-2017

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Quinto film del regista cileno Sebastián Lelio, “Una donna fantastica” ha vinto l’Orso d’Argento per la migliore sceneggiatura alla Berlinale 2017 e arriva nei cinema italiani il 19 ottobre con Lucky Red. La giovane Marina (la quasi esordiente Daniela Vega) ha una relazione molto felice con il più maturo Orlando (Francisco Reyes); quando lui muore all’improvviso per un malore, su Marina si accaniscono con uguale ferocia le istituzioni e la famiglia del compagno. Perché? Perché Marina è una persona transgender.

Decontestualizzato dal resto della filmografia di Lelio, “Una donna fantastica” appare come un film drammatico e allo stesso tempo leggero, che affronta un tema urgente e contemporaneo – il riconoscimento sociale e i diritti dei transgender, appunto – con uno sguardo amorevole e mai patetico, uno stile diretto, a tratti sopra le righe o vagamente surreale (l’autore parla di “splendore estetico”, come risposta alla bruttezza della realtà), ma anche semplice, sinceramente umano.

Se però pensiamo ai film precedenti del regista cileno (qui in Italia è stato distribuito solo “Gloria”, sempre da Lucky Red), leggiamo nella Marina di “Una donna fantastica” dei tratti che vanno al di là della sua specifica vicenda e della facile indignazione che suscita in noi la visione di una donna vessata e maltrattata in momento delicato come quello del lutto.

“Ci sono sempre due momenti chiave nei film del nuovissimo cinema cileno: quando il protagonista scopre di essere solo, e quando si rende conto che questa solitudine è una forma di libertà”: lo scriveva Gonzalo Maza, critico cinematografico e co-sceneggiatore di quasi tutti i film di Sebastián Lelio, in un testo per il catalogo della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro che nel 2013 ha dedicato al regista una retrospettiva completa. E se la libertà nasce dalla solitudine, i legami familiari – almeno quelli che non scegliamo – e le regole sociali non possono che essere trappole, strumenti di infelicità.

I primi due lungometraggi di Lelio, ironicamente intitolati “La sagrada familia” (2006) e “Navidad” (2009), guardavano alla presunta sacralità della famiglia con profonda sfiducia e spinta distruttiva, mentre “El año del tigre” (2011) andava oltre, mostrando come una liberazione improvvisa e totale, in quel caso da una prigione fisica, possa suscitare un grande sgomento, e rivelarsi spaventosa e ingestibile.

Anche “Una donna fantastica” racconta la solitudine di un essere umano orfano (Marina ha mantenuto pochi legami con la propria famiglia d’origine e quella di Orlando preferirebbe che lei non esistesse) in lotta per comprendere e vivere pienamente la propria identità: Marina ha scelto per sé un nome diverso da quello che le è stato assegnato alla nascita, un nome che il mondo esterno non vuole riconoscere, un nome che spaventa, proprio come il suo corpo costantemente giudicato e sottoposto a scrutinio. Non c’è però nel film un solo momento in cui vediamo la protagonista disperarsi, piangere, o sentirsi perduta dopo la morte del pur amatissimo Orlando: Marina fa quello che va fatto, cerca di prendersi ciò che le spetta, sopporta, soffre, prova rabbia, ma non si annulla e non si fa annullare, non smette, proprio come la protagonista di “Gloria”, di essere ciò che è né di cantare e ballare (metaforicamente e letteralmente).

Quello di Sebastián Lelio è un cinema coerente che, grazie al successo ottenuto da “Gloria” (anche quello premiato a Berlino nel 2013, per l’interpretazione di Paulina García), si sta affermando sempre di più a livello internazionale. Dopo “Una donna fantastica”, che nasce come coproduzione tra Cile e Germania (tra i produttori anche Pablo Larraín, amico di Lelio, e la Maren Ade di “Toni Erdmann”), aspettiamo con curiosità il nuovo “Disobedience”, primo film in lingua inglese per Lelio, che si ispira al romanzo omonimo di Naomi Alderman per mettere in scena una storia d’amore tra due donne nel contesto poco accogliente di una comunità ebraica ultraortodossa. Cinema coerente, appunto.

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