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Una produzione dal basso per parlare di omogenitorialità

Omogenitorialità, genitori omosessuali che crescono un figlio. Una parola sconosciuta ai più, che in Italia si fatica ancora molto a pronunciare. Ma anche un tema concreto, reale, che coinvolge adulti e soprattutto bambini alla ricerca di una famiglia che li cresca. A dar voce a tutto questo c’è oggi la piccola casa di produzione Farofilm, che sta conducendo un coraggioso progetto di produzione dal basso per realizzare un documentario dal titolo “Il Lupo In Calzoncini Corti”. Abbiamo incontrato Nadia Dalle Vedove (scrittura e ideazione) e Lucia Stano (regia e produzione).

Perché produzione dal basso? Ma prima di tutto, in cosa consiste?
Lucia: In Italia non esistono fondi a cui appellarsi per la produzione di un documentario. Se non c’è già una rete televisiva intenzionata ad acquistarlo, diventa impossibile coprirne le spese. Il documentario, poi, necessita un tempo molto lungo per la realizzazione. Insomma, non rientra nelle consuete logiche del mercato. Produrre dal basso significa allora coinvolgere direttamente il pubblico, che pre-acquista una copia del dvd prima ancora che il documentario sia completato. In questo caso siamo molto fortunate perché c’è un grande supporto da parte della comunità Lgbt – Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender.

A che punto siete con la produzione?
Nadia: Abbiamo già circa 80 ore di girato, che dovrà essere poi montato per le due versioni del documentario: una da 52 minuti per la tv e una da 90 minuti circa per le sale, e quindi i festival. Trovare i fondi è sicuramente la parte più difficile, anche se stiamo avendo, parallelamente, alcuni riscontri positivi come alle Giornate Europee dell’Audiovisivo a Torino, lo scorso novembre.

Com’è nata l’idea di questo documentario?
Lucia: Il primo germoglio è stato il video che abbiamo prodotto in precedenza, “La Famiglia Arcobaleno”, commissionatoci dall’omonima associazione: 22 minuti di interviste a mezzobusto sul tema dell’omogenitorialità. Da quest’eperienza abbiamo mantenuto il rapporto con alcune delle famiglie, e abbiamo cercato di convincerle a raccontarsi in maniera più intima.

È stato difficile?
Lucia: Inizialmente sì, perché si ha sempre paura che dall’altra parte della telecamera ci sia qualcuno alla ricerca di uno scoop per un reportage televisivo. Ma questo non è certo il nostro il caso.

Chi sono i protagonisti?
Nadia: Tre famiglie: due coppie al femminile e una al maschile. Ognuna di queste ha una storia particolare. C’è la coppia di uomini romani, per esempio, che stiamo seguendo in Canada dove stanno stanno attuando una maternità surrogata attraverso un’inseminazione con una donna canadese. C’è poi una coppia di donne – una tedesca e una bolognese – che vive in Maremma. In questo caso una delle due donne ha una figlia dal precedente marito e la famiglia vive una situazione particolare dal punto di vista legislativo, a causa della minaccia del padre di chiedere l’affidamento della ragazza. C’è infine una coppia di donne di Milano, che rappresenta un po’ la famigliola ideale: una situazione più tranquilla, insomma.

E per ognuna di queste storie utilizzerete uno stile specifico?
Lucia: Sì. Nel caso della coppia maremmana, proprio per ragioni giuridiche piuttosto delicate, cercheremo di far parlare le presenze senza mostrare direttamente le persone. E in questo ci siamo ispirate al pittore danese Vilhelm Hammershøi. In genere, comunque, abbiamo sempre voluto dare voce direttamente ai protagonisti, chiedendo loro, per esempio, di riprendere le proprie vacanze con una telecamera oppure affidando parte delle riprese ai bambini. Un nome a cui abbiamo fatto riferimento può essere, in questo caso, Kiarostami con il suo “Il Sapore Della Ciliegia”.

Qual è il vostro punto di vista sull’argomento?
Entrambe: Noi non vogliamo esprimere un giudizio netto. Il nostro compito è mostrare, dare gli strumenti alle persone per crearsi un’idea. Ciò che importa è parlare di omogenitorialità. L’Italia di oggi è divisa, c’è ancora molta ignoranza sul tema. E l’ignoranza, si sa, produce tendenze omofobiche che impediscono una seria discussione sull’argomento.

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