Home > Report Live > Una serata al circo

Una serata al circo

Ecco, il circo. Al mio amico Bartolini Leonardo il circo da bambino faceva impazzire. Che a quattro anni non stai a vedere se un clown fa ridere più dell’altro, se un elefante fa più o meno acrobazie o quanto ruggisce una tigre: sei lì e sei felice.
Il circo. O la balera. Che un giorno il mio amico Bartolini Leonardo è tornato dal cinema dopo aver visto Ogni volta che te ne vai, il film sul liscio, e ha detto, “Quelli sì che si divertono! Io da domani vado in balera”, e difatti ci va tuttora. E quando torna magnifica quanto a lungo canti ogni gruppo senza trascurare mai nessuna delle canzoni preferite dagli habitué.
Un concerto dei Cure oggi è un po’ così. Sulla carta è sconvolgente, l’esperienza irreale del bambino al circo: a Parigi il concerto (esclusi i 65 Days Of Static, promettente gruppo tra industrial e post-rock chiamati ad aprire, persi dallo scrivente per un disguido sull’orario d’inizio) dura tre ore e mezza per 42 canzoni, cioè tutte quelle degne di nota da “Three Imaginary Boys” fino all’ultima “The End Of The World”, che resistono all’acustica approssimativa di un palasport di Bercy gremito, che aveva funestato il concerto degli Smashing Pumpkins. I nostri suonano senza risparmiarsi, escono dopo due ore e mezza e bissano a colpi di cinque canzoni: come nelle balere, siamo venuti per sentire la nostra e loro la fanno, e la magia del circo lascia senza fiato, a ballare, a cantare, a piangere.

Però i gruppi da balera e le infinite dinastie circensi ultimamente hanno dei problemi a coprire le crepe: così la scelta di presentarsi in formazione a quattro senza tastierista – Bamonte e O’Donnell sono stati cacciati tre anni fa – non paga, specie sulle canzoni più marcate dal suono di tastiera (es. “The Lovecats”, “Close To Me”). Così lo stravolgimento di alcune canzoni (una lenta e fiacca Friday I’m in love) non convince. E soprattutto, lo stile di chitarra di Thompson – più volte separatosi e riunitosi al gruppo – poco si accorda con il resto, con lo sgradevole effetto “chitarrista metal che cerca di suonare post-punk” (invano). Smith si guarda dal rischiare gli acuti, e quando due o tre volte accenna una mossa di danza fa un po’ l’effetto del clown triste: condannato ad essere sempre giovane e tormentato, anche a 50 anni, per il deliquio dei fan.
In conclusione, tre ore e mezza di capolavori interpretati da un gruppo, spiace dirlo, visibilmente invecchiato. Come Moira Orfei, o Raul Casadei, anche se Bartolini Leonardo, su questo, non mi darà mai ragione.

Plainsong
Prayers for rain
A strange day
Alt.end
The walk
The end of the world
Lovesong
To wish impossible things
Pictures of you
Lullaby
From the edge of the deep green sea
Kyoto song
Please project
Push
How beautiful you are…
Friday i’m in love
Inbetween days
Just like heaven
Primary
A boy i never knew
Shake dog shake
Never enough
Wrong number
One hundred years
Disintegration

Encore 1:
At night
M
Play for today
A forest

Encore 2:
The lovecats
Let’s go to bed
Freak show
Close to me
Why can’t i be you?

Encore 3:
Three imaginary boys
Fire in cairo
Boys don’t cry
Jumping someone else’s train
Grinding halt
10:15 saturday night
Killing an arab

Encore 4:
Faith

Scroll To Top