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Una solitudine neorealista

Ideatore, illustratore, musicista, regista ed attore del film; Pino Borselli ci racconta e ci spiega il suo primo lungometraggio Solitudo.

Definisci il film come “uno sguardo al grande cinema neorealista filtrato ed adattato alla società italiana odierna”; allo stesso tempo però una delle ultime scene del film ci mostra la protagonista femminile nuda ed incastonata in un totem fatto di hard disk e fili del telefono: un’immagine non proprio neorealista… quali sono gli elementi neorealisti nel film? E perché hai scelto di rifarti ad un momento cinematografico caratteristico di un certo periodo storico, piuttosto che ad un filone di cinema più sperimentale e contemporaneo? … Perché voltarsi verso il passato piuttosto che affacciarsi al futuro?
La scheda tecnica dice così, è vero, ma sarebbe più esatto parlare di “New neorealismo”; ho cercato di filtrare quella che è stata una tradizione cinematografica italiana molto forte, attualizzandola a quelle che invece sono le problematiche del nostro periodo; altrimenti avrei raccontato il passato, e non era quello che io volevo. Poi diciamo che questa definizione si riferisce soprattutto all’ambito recitativo; il personaggio del “circense di strada” non è un attore professionista, così come molte comparse, questa è una dimensione neorealista del film.
Gli elementi neorealisti ci sono nell’ambientazione e nell’atmosfera, l’arco narrativo invece si discosta dal neorealismo; e qui subentra il mio punto di vista, la mia percezione, che si discosta da quella base, e si dimentica di quella base.
Il neorealismo è nella volontà di raccontare qualcosa partendo dalla realtà, ma filtrando questa realtà: già l’atto del guardare è una finzione, quindi è impossibile riprodurre la realtà; anche i documentari sono, in questo senso, atti di finzione.
Si parte da una tradizione di cinema neorealista, ma è semplicemente un punto di partenza; da lì ci si evolve cercando di dare il proprio punto di vista.

Protagonista del film è Grande Capo, uno sciamano metropolitano, un po’ indiano un po’ rockstar, che non pronuncia una parola durante il film. Perché questa scelta? È più importante ascoltare che esprimere se stessi?
In realtà questo è un aspetto simbolico del personaggio; ritengo che sia molto importante al giorno d’oggi porre l’attenzione, ed è quello che tento di fare tramite questo personaggio, sulla dimensione dell’ascolto: oggi abbiamo tutti la tendenza a parlare, ma ad ascoltare molto poco; soprattutto ad ascoltare e a dare importanza al passato. Se conoscessimo il passato forse parleremmo molto meno e ascolteremmo un po’ di più.
Quindi ho voluto creare un personaggio simbolico che simboleggia il “perché non stiamo un po’ zitti e ascoltiamo un po’ di più gli altri?”

Il film è interamente ambientato nel quartiere Pigneto di Roma, e questo viene più volte sottolineato: ma il film è girato in gran parte in interni o parchi, luoghi che non ci permettono di identificarlo: il quartiere viene più nominato che visto, perché allora dare tanta rilevanza al Pigneto più che ad una generica dimensione di quartiere periferico / proletario?
Il Pigneto ha un’importanza fondamentale: qui sono stati girati dei film molto importanti che hanno fotografato quello che era uno stato sociale, in specie i film di Pasolini. Io ho cercato di rifiltrare questa cosa cercando di far vedere il Pigneto di oggi: con un’integrazione extracomunitaria, i palazzoni che hanno sostituito le baracche pasoliniane, creando una nuova forma di degrado urbano; problematiche che affliggono oggi questo territorio. Poi c’è un’altra cosa, la mia casa di produzione è nata e si sviluppa qui ma aldilà di questo ho cercato di rivederlo in modo moderno, ho cercato di fare una vera fotografia. Partendo da un momento ben preciso, quello pasoliniano di “Accattone”, rivedendo le cose ai nostri giorni ho cercato di ri – attualizzare il discorso.
[PAGEBREAK] Il Pigneto è infatti il teatro di “Accattone”; tra le case del Pigneto si aggirano i “Ragazzi Di Vita” di Pasolini … Al centro della tua storia invece ci sono Grande Capo e Little Baby: uno sciamano metropolitano e una ragazza sperduta nella giungla metropolitana; ricordano più Marv e Nancy di “Sin City” che due ragazzi di vita; è anche quella una tua fonte di ispirazione? Del resto nasci come fumettista …
Narrativamente no. Esteticamente ci sono dei riferimenti, non tanto a “Sin City”, quanto al mio background. Io farei un discorso di abbinamento estetico/narrativo: volevamo una fotografia di un certo tipo, abbiamo fatto una sfida col bianco e nero, che in digitale è molto difficile da realizzare, e anche qui volevamo riattualizzare il bianco e nero facendo in modo che non fosse quello degli anni ’50-’60, ci siamo quindi chiesti in che modo potessimo realizzarlo creando un segno grafico caratteristico. Quindi c’è un distacco dall’ambito fumettistico; “Sin City” è diverso, è anche, narrativamente parlando, un film fumettistico.

Il narratore ad un certo punto del film, commentando gli eventi, dice: “è come se fossimo tutti in attesa, tutti in standby” è anche una tua percezione? Secondo te di cosa siamo in attesa? Di un cambiamento?
Questo è un po’ l’augurio e la speranza che avevo girando il film e che faccio un po’ a tutti quanti; perché il tema vero del film è questo, aldilà delle tante tematiche affrontate dal film. Stare in standby … in questo momento storico siamo a cavallo di qualcosa, credo; non dico di un cambiamento, ma spero almeno di una trasformazione; già piccoli sentori si evidenziano. Siamo rimasti troppo statici, è tempo per ognuno di noi di riprendere il cammino; si sente proprio il bisogno di questo cambiamento. Perlomeno, questa è la speranza che avevo mentre giravo il film.

Precisi più volte che l’ambientazione della storia e dei personaggi è contemporanea: eppure sia la storia, ma soprattutto i personaggi, sono astratti sia dal tempo che dallo spazio, è come se fossero staccati dallo sfondo reale che invece ci mostri …
Si certo, questo è voluto! Perché, ma può darsi che mi sbagli, ritengo che questo incida di più sull’ambito del racconto. Cercare di raccontare ciò che ti accade intorno è più forte se crei una finzione. Di Fellini, ad esempio, hanno sempre detto che non era un regista politico, in realtà io vedo molta politica nell’opera di Fellini; è solo che non era posta in primo piano, banalizzata, come lo era in altri tipi di film. Cambia il modo di raccontare le cose, io preferisco ricreare delle atmosfere e delle situazioni per raccontare il reale, piuttosto che fare un documentario.
[PAGEBREAK] I 4 giocatori di Poker sono come parche: entità scisse dalla dimensione spazio – temporale che regolano lo sviluppo della diegesi: raccontando la storia parlano di “immagini che parlino da sole” ed è stato anche un po’ il tuo intento, tanto che a volte il film diventa un videoclip; credi che oggi si parli fin troppo, tanto da parlarsi addosso?
Si, questo sicuramente è un concetto cardine, mi piaceva molto lasciar parlare le immagini e il narratore in sé è alla ricerca di queste immagini che poi vuole rappresentare. Il mio tentativo è stato quello di raccontare una storia mescolando vari tipi di linguaggi: il cinema amatoriale, il videoclip, lo slideshow, il ritmo serrato, il ritmo dilatato. Ho messo dentro un accenno di tutto quello che era possibile e utile per rappresentare la storia, volevo che fosse un cross – over di linguaggi che riuscisse a raccontare una storia che avesse un’apertura e una chiusura.

Come titolo hai scelto “Solitudo” … non trovi che nella società contemporanea, piena di Facebook e di grande fratello siamo tutt’altro che soli? (Anche interiormente, i mezzi di comunicazione contemporanei ci permettono di essere in contatto con chiunque vogliamo ovunque nel mondo …)
Si, questo è vero.
Dal punto di vista esclusivamente creativo: è in solitudine che dopo esserti fatto bombardare da tutto riesci a concentrarti, a raccogliere elaborare e creare artisticamente il tuo progetto. Sei bombardato da tantissimi stimoli esterni, ma in realtà durante l’atto creativo sei solo.
Poi “Solitudo” perché in realtà tutti conoscono la leggenda di Grande Capo, ma lui non entra mai in contatto con nessuno fisicamente; lui è solo, quindi Solitudo.
Per quanto riguarda la rete di Facebook e simili … noi crediamo di comunicare con un sacco di persone, abbiamo milioni di amici; ma poi davanti al computer siamo soli, e questa è la più grande forma di solitudine del nostro periodo storico.

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