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Una versione, infatti

Ammettiamolo, dell’esistenza di un film su “La Versione Di Barney” di Mordecai Richler abbiamo scoperto più o meno tutti nel momento in cui la produzione ha deciso di spostarsi a Roma perché, si sa, un film girato a Roma è sempre un po’ come “Vacanze Romane”: è girato a Roma.
In verità, la parte del libro che qui viene trasposta nella Capitale sarebbe ambientata a Parigi, ma questo è un particolare irrilevante.
C’è sempre un po’ di tensione nell’aria, quando si parla di adattamenti troppo fedeli al libro, e il film di Richard J. Lewis non fa eccezione. Non tanto perché segua, passo per passo, il romanzo (con uno stile visivo da telefilm fatto bene, ma non da telefilm fatto benissimo). Piuttosto, perché prende dal Richler originale la trama, qualche elemento superficiale e qualche battuta ottimamente riuscita, tralasciando per lo più lo spirito del libro. E per un film che, nei titoli di coda, viene dedicato a Mordecai Richler, si tratta di un tradimento piuttosto rilevante.

Riproduciamo fedelmente le sedute in solitaria di Michael Konyves, sceneggiatore, nel corso della rilettura del libro:
«Questa gag è buffa, la sottolineo con l’evidenziatore!»

Telefonata:
«Ciao, Richard J. Lewis, questa gag è buffa»
«Va nel film.»

Parliamo ora dello slittamento dei punti di vista. Il protagonista assoluto del romanzo di Richler è Barney Panofsky, che narra la sua storia in prima persona e di volta in volta, parlandone, sembra riconoscere la propria spiacevolezza, il proprio cinismo, la propria mancanza di grazia, ma ne ride e per lo più non fa ammenda. Fortunatamente, l’eliminazione della prima persona al cinema evita qualche sconveniente scivolone, come le insopportabili voci narranti, o la resa troppo personale per essere in qualche modo cinematografica.
Guardando Barney dall’esterno, però, Lewis e Konyves lo rendono inoffensivo e poco interessante. Paul Giamatti, doppia dose di sedativo rispetto al solito, interpreta un personaggio con alcune uscite brillanti ma per lo più manchevole, compassionevole, tormentato dal senso di colpa, innamorato. Il Barney di Mordecai Richler è, sotto i suoi nove strati di rovine troiane e cinismo, un romanticone, però diciamo che il suo innamoramento non è la trasposizione di “Mangia, Prega, Ama”, ecco.

Si sente anche la mancanza di Terry McIver, l’acerrimo nemico (un tempo amico) del protagonista, romanziere di successo e causa scatenante dell’autobiografia di Barney, ma la scelta di Lewis di eliminarlo totalmente giova all’adattamento cinematografico: la decisione di scartare le componenti più letterarie (come, inoltre, gran parte delle lettere astiose spedite da Barney ad enti pubblici e privati) va tutta a favore della riuscita del film. Si perdono, ahimè, alcune delle pagine più felici del romanzo, eppure si riconosce la necessità della perdita.
Forse, l’unica maniera in cui Lewis avrebbe potuto trasporre il romanzo aggirando il problema di un personaggio così enorme visto dall’esterno sarebbe stata quella di incentrare il film sul giallo (“La Versione Di Barney”, così come gli altri romanzi meglio riusciti di Richler, ha una sottotrama che potrebbe essere semplificata in «mistero. E OMICIDIO!»), ma Lewis non compie questa operazione per intraprendere la strada di «fedeltà cieca al libro», e gli effetti sono percepibilissimi. Quella di Lewis è in tutti i sensi una commedia degli affetti, qualche volta ben riuscita, soprattutto quando si tratta del personaggio interpretato da Dustin Hoffman, di cui si è già parlato. Persino Rosamund Pike, morigerata e sottotono come di consueto, ma piuttosto appropriata nel ruolo della moglie preferita di Barney, non è la cosa peggiore del film.

Nel complesso, si prega di riprovare. Magari non con “Solomon Gursky È Stato Qui“.

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