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Una violenta commedia noir

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“Killer Joe” è un noir chiuso nelle mura ristrette del kammerspiel: poche le scene esterne, eppure il film non risente mai della sua derivazione teatrale. Ciò è merito di William Friedkin che costruisce l’intreccio dosando elementi contrastanti (noir e commedia nera), oscillando sempre tra le parti così come i caratteri dei personaggi e la nostra simpatia per l’uno o per l’altro.

Uno degli aspetti più interessanti di “Killer Joe” è la sua imprevedibilità. Il film sembra portarci a una determinata soluzione, l’incipit ha tutte le caratteristiche del filone in cui apparentemente vuole inserirsi, ma arrivati a metà, tutto cambia, e con una sequenza che ancora una volta mentre sembra portarci ad A finisce a X. Friedkin manipola le curve a gomito del noir piegando di continuo gli scherzi del destino verso il risvolto beffardo, assottigliando sempre più il confine tra dramma e commedia nera. Lo spettro morale in cui i personaggi si aggirano ci viene buttato in faccia nelle prime scene, quando il figlio propone al padre l’uccisione della madre (ed ex moglie) e la questione viene affrontata come se si trattasse di spostare un sacco di patate dal garage alla soffitta. Ad accentuare questa sensazione surreale venata di amoralità contribuisce il fatto che Friedkin non ci mostra mai il personaggio che con la sua morte dovrebbe fare la fortuna dei nostri.

E in questa sarabanda di eccessi, di mostruosità etiche e rapporti disfunzionali, l’irrompere di Killer Joe è sì l’apparizione del Faust nelle vite dei personaggi, ma rappresenta anche e soprattutto l’elemento esterno che ci permette di guadare la famigliola (padre, figlio, figlia dodicenne, matrigna) con distacco, con uno sguardo che oscilla tra il sardonico e la partecipazione, tra il disgusto e la momentanea simpatia. Siamo nel campo di una rilettura moderna di un racconto mitico, di fiaba nera dell’anima: Friedkin ha parlato di una Cenerentola al contrario. E solo una mano decisa di un vecchio leone come lui poteva tenere in piedi questo squarcio, riuscendo a tenersi in carreggiata anche in un finale sempre più eccessivo, con dei personaggi che vanno fuori di testa, ma mantengono la loro credibilità, prima di tutto proprio il “Killer Joe” del titolo, interpretato da un McConaughey che azzecca il ruolo della vita e passa da belloccio senza espressione di film avventurosi al tratteggio di un rettile freddo e spietato, protagonista (insieme a Gina Gershon) di una delle scene di sesso simulato (un servizio orale a una coscia di pollo) più disturbanti e infinite che la storia del cinema ricordi.

Si è fatto il nome di Tarantino, visto che ormai, a torto o a ragione, ogni film uscito dopo 1992 che implichi scene violente e killer dalla battuta pronta, lo si riconduce al genio del pulp. In realtà Friedkin, un settantenne di tutto rispetto che non ha certo bisogno dell’imbeccata delle nuove leve, non trasforma mai i suoi personaggi in macchiette, ma li tiene sul filo del rasoio scavando all’interno anziché addobbare l’esterno, traendone infine nient’altro che vuoto.

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