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La vera storia di Louis Zamperini, marine di origini italiane ed ex membro della squadra olimpica degli Stati Uniti, è narrata in una monumentale biografia a opera di Laura Hillenbrand e dal titolo originale “Unbroken: A World War II Story of Survival, Resilience and Redemption” (edita anche in Italia da Mondadori). Angelina Jolie, alla sua seconda prova da regista, ne trae – utilizzando in realtà solo la parte dedicata al “survival” – un film che è a meta tra il war movie e una tragedia sentimentale.

Tutto comincia con una scena di guerra aerea per continuare, subito, con il velivolo di Zamperini e compagni che precipita nell’oceano, dove alcuni di loro, i sopravvissuti all’impatto, rimasero per quarantasette giorni, per poi essere recuperati da una nave giapponese e portati in un campo di prigionia, dove Zamperini – preso di mira da un aguzzino soprannominato “l’Uccello” – subì torture continue. Una storia che, di fatto in fatto, sembra suggerire una cosa: in guerra non c’è mai fine al peggio.

L’impianto è ambizioso, monumentale come il bel libro della Hillenbrand. Peccato però che, nonostante l’aiuto esterno (ricordiamo che i fratelli Coen hanno contribuito alla sceneggiatura), Angelina Jolie non riesce a evitare di cadere in stereotipi – come il ritratto della famiglia italiana, tutta “spaghetti e mandolino” – e di lasciarsi andare in momenti sentimental-patetici sottolineati da una colonna sonora a dir poco invadente. Il film dà invece il meglio di sé nel racconto di guerra, e in particolare nella descrizione, piuttosto inedita per la verità nella storia del cinema occidentale, dei campi di prigionia giapponesi.

Da vedere. Anche se la Jolie regista, per noi, non raggiunge la sufficienza.

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