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Under The Skin, sguardo alieno sulla realtà

Il terzo film di Jonathan Glazer si propone sin da subito come un’esperienza immersiva, trasferimento dell’umano sentire (dello spettatore) dentro il bozzolo di un’aliena che tale resta per (quasi) tutta la durata della narrazione. Le prime immagini raccontano la formazione dell’involucro, la figura umana che si plasma su un corpo non umano. Ci viene mostrato soltanto il costituirsi dell’occhio che al principio, grazie a inquadrature ravvicinatissime, somiglia a una sorta di pianeta sconosciuto. Intanto la voce di Scarlett Johansson inizia a modulare l’evolversi di una nascente verbalizzazione. I due elementi ci portano immediatamente dentro l’alieno, dentro il suo occhio e il suo punto di vista.

Under the Skin” — tratto dal libro omonimo di Michael Faber e presentato l’anno scorso a Venezia (recensione) — si muove su territori di raggelata realtà perché per tutto il tempo siamo dentro l’occhio dell’aliena, nel suo punto di vista. Le immagini e il racconto sono il riflesso di un essere senza identità, senza emozione, senza nulla. Solo performance ripetitiva, macchina misteriosa di ricerca e di caccia, cui non spetta neanche il compito di eliminare, ma solo di attirare. Uno specchio per le allodole.

Il primo tempo è una somma di gesti reiterati, di scene quasi uguali che a ogni nuova caccia aggiungono un tassello in più, aprendo fiochi squarci sugli obiettivi di questi visitatori, anche se il più resta comunque avvolto dalla nebbia e da un misterioso magma nero che allude alla dissoluzione dell’altro, al compito ben eseguito.

È in questa fase che Glazer si attarda, pecca di ridondanza e rischia più volte di incagliare il film nei fanghi della noia. A supportarlo però c’è un evidente talento visivo, una spiccata capacità a mostrare per immagini un universo che è il nostro eppure è lontano perché filtrato da un’intelligenza altra. Memore forse della lezione di “2001: Odissea Nello Spazio”, “Under The Skin” getta l’amo nel punto più lontano, tendendo al massimo la sua hybris stilistica, anche a scapito di qualche passaggio poco chiaro o di una messinscena che insegue soltanto le premesse d’autore e niente o quasi concede alle aspettative dello spettatore.

Si inserisce in questo senso il corpo di Scarlett Johansson, che si esibisce per la prima volta in nudi, anche frontali, filmati per lo più in campi medi e lunghi, in sequenze in cui Glazer nulla concede alla carnalità del suo corpo (se escludiamo ovviamente quella imprescindibilmente connaturata alla fisicità dell’attrice). La sensualità e la sessualità del suo personaggio si attivano solo per attirare le prede e dunque il culmine del processo è anche quello dove la tensione si scarica di colpo, sciogliendo l’invito e la sensualità nel liquido del mistero. Quello che abbiamo di fronte è un puro corpo filmico, uno strumento di visione, un canale vuoto più che un oggetto (sessuale) da concupire.

Eppure per ogni vittima conquistata qualcosa sedimenta in lei, sedimenti che alla fine del film vedremo salire verso l’alto per poi essere riconsegnati alla terra, in un ciclo vitale forse inestinguibile. Ma quand’è che la nostra aliena scopre la sua identità, o quanto meno la sua possibilità? È uno specchio a rivelare il dubbio, attraverso la maschera, attraverso il corpo umano che veste. Fino al desiderio di tramutarsi ancora e conferire alla mutazione un moto centripeto. In una parola, diventare umana.

L’aliena diventa Pinocchio, scoprendo prima la sua alterità e poi il desiderio di essere come tutti. Più umano di così. Il desiderio umanizza anche se non si compie e risvolta il punto di vista del film che nella seconda parte e nel finale ci consegna una protagonista impacciata, riflesso autogeno di quella vittima lasciata andare per “compassione” e identificazione (un umano deforme). Ma se tutto viene ribaltato allora anche il cacciatore può diventare preda, specialmente se la sua vulnerabilità è stata evocata già nelle ultime sequenze.

Il momento in cui il personaggio comprende, si guarda e si vede è anche l’inizio di una spirale discendente tipica del cinema noir anche se qui presente solo in nuce, srotolata poi secondo i canoni “alieni” del resto del film (ma è sintomatico che dopo questa scena film e protagonista si “umanizzino” e il racconto percorra strade un po’ più tradizionali). L’aliena sta iniziando a sentire.l’empatia viene evocata nello spettatore proprio un attimo prima che la protagonista sia in pericolo, in modo che il regista moduli le nostre sensazioni per farci evolvere insieme con lei.

Certo Glazer si è assunto molti rischi e non tutti, alla fine, si possono dire superati. Il suo film pecca, oltre alla citata ripetitività, di zone oscure nella comprensione degli eventi, di un andamento fin troppo freddo. Eppure, c’è dietro una tale volontà di sperimentare, una tale fiducia nelle maglie interpretative dello spettatore e una realizzazione filmica che sfiora spesso vette talmente interessanti, che è difficile non patteggiare per il regista e il coagulo di emozioni vissute fino a che si riaccendessero le luci. Pur nelle sue cadute, “Under The Skin” rivela un cinema diverso (o almeno la sua possibilità), che rinuncia alla comoda distensione per battere strade più solitarie e isolate, un cinema che si rivolge all’inconscio più che alla razionalità (grazie anche alla musica straniante di Mica Levi). Sono percorsi che a volte rischiano di dissolvere la storia stessa (o instillare il dubbio che ve ne sia una), rischiando l’indecifrabilità; ma proprio per questo tramutandosi esso stesso in un oggetto artistico di marca aliena e soprattutto obbligandoci (noi spettatori umani) a guardare all’altro dentro di noi, a riconoscere, in fondo, nella stessa natura umana riflessi di un’alterità che ci mette assai poco a sfociare in risposta ferina.

In un periplo di (ricerca di) identità, dentro l’ottica di qualcosa che è del tutto altro da noi, alla fine si realizza forse che gli alieni siamo (anche) noi.

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