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ProgRock: Underground tra ’60 e ’70

Questo articolo non vuole essere un compendio del progressive. L’argomento è talmente vasto che interi siti dedicati non riescono ad essere esaustivi al cento percento. Questo perché il confine tra ciò che è e ciò che non è progressive è sempre stato molto labile. Il bello di questo confine è che è virtualmente infinito, circonda il prog come un enorme staccionata da tutti i lati, verso il pop, il jazz, la fusion, l’heavy metal e pressoché qualsiasi genere musicale esistente al mondo.

Questo fatto si spiega molto semplicemente: progressive non è un genere di musica, è un modo di fare musica. È un’idea nata dalla necessità di musicisti che, sul finire degli anni ’60, sentivano che lo spazio concessogli dai relativi generi non bastava più, c’era bisogno di mischiare e sperimentare. Così i Beatles prima, con il “Sergeant Pepper”, e poi i vari Moody Blues o Procol Harum iniziarono a costruire i dischi con strutture ben precise, con un inizio, uno svolgimento ed una fine che non fossero più semplicemente canzoni interscambiabili tra loro ma un vero percorso, concetto mutuato dalla musica classica.

Questo ha permesso al genere di inglobare in sé ogni tipo di musica conosciuto, dando il via ad una voglia di sperimentare che a tutt’oggi non si è placata, basti vedere gli inserti di musica gamelan in “The Power To Believe” dei King Crimson o l’incredibile “Mabool” degli israeliani Orphaned Land. Questo genere di commistioni stava già ribollendo in pentola nel ’69, quando gli East Of Eden davano alle stampe “Mercator Projected”, un vero e proprio pentolone in cui mischiavano in tranquillità rock, pop, classica, jazz, profumi mediorientali e quant’altro, generando il cosiddetto progressive esotico.

L’errore che comunemente si commette sta nel pensare che all’interno di una canzone debba succedere di tutto. La verità è che all’interno di una pezzo prog può, ma non necessariamente deve, succedere di tutto. Il brano parte da un punto per giungere ad un altro e nel mezzo il percorso è assolutamente libero. Per la prima volta nella storia della musica leggera (escludendo il jazz) non ci si ritrova più schiavi della classica struttura strofa-ritornello ma si può vagare all’interno della canzone e provare nuove vie per esprimersi.

Grande importanza per tutto questo ebbe sicuramente il jazz del dopo bebop, soprattutto gli esperimenti sessantiani di Miles Davis quali “In A Silent Way” o “Bitches Brew”. Da qui infatti iniziò a distinguersi ciò che in principio venne chiamato jazz-rock, per poi diventare la fusion. Ma se la fusion rimaneva molto più ancorata agli standard jazz e manteneva un suo distacco nell’esprimersi principalmente (se non esclusivamente) tramite il cervello in musica, il progressive seppe cogliere la lezione e metabolizzarla in un suo linguaggio che sapeva essere anche squisitamente fisico e rock. Unendo i puntini si arriva sul finire degli anni sessanta ad opere quali “Days Of Future Passed” o “In The Court Of The Crimson King”, che cambiarono per sempre la storia del rock.

Così giunse l’era del progressive. Tempo dopo dimenticata se non rinnegata, portò negli anni a cavallo tra il 1969 ed il 1977 una bufera nel panorama rock, dando alla luce gruppi che non sarebbero mai stati dimenticati. I nomi li sappiamo tutti: Pink Floyd, Genesis, Yes, Emerson, Lake And Palmer etc. Ma sotto la luce prottettrice di questi idoli delle masse, la brace non ha mai smesso di ardere: per ogni “Foxtrot” conosciuto ci sono almeno altri cento dischi che non hanno visto le grandi luci o che non sono stati considerati quanto avrebbero meritato. Proprio di alcuni di questi dischi ci occuperemo qui.

Dischi dimenticati, come “Sea Shanties” degli High Tide o l’omonima ed unica opera degli Spring; dischi ben nascosti che però sembrano aver influenzato un numero ben consistente di gruppi, come “First Utterance” dei Comus, grandi idoli di Mikael Åkerfeldt; dischi magari più famosi ma che troppo spesso le cronache dimenticano di citare, come “In The Land Of Grey And Pink” dei Caravan. Alcuni sono dischi che rappresentano quel momento di equilibrio in cui la post-psichedelia iniziava a tramutarsi in qualcosa di più, nel delicato periodo ’68-’69, altri sono semplicemente dischi troppo belli per essere dimenticati.

Ve li proporremo uno per volta in dettagliate recensioni nella sezione Retrospettive, stay tuned!

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