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unePassante: Teste sulle spalle a Firenze

Gli unePassante sono un progetto musicale nato nel 2006 dalle composizioni di Giulia Sarno, palermitana di origine, a cui si sono poi aggiunti Michele Staino, Emanuele Fiordellisi e Salvatore Miele.
Il loro ultimo disco, “No Drama”, sta girando per l’Italia e noi, da impiccioni, volevamo saperne qualcosa di più.

Prima di tutto mi rivolgo a te, Giulia, per sapere: com’era la vita da cantautrice solista, prima di incontrare i correnti membri della band?
Come avevi iniziato a scrivere canzoni e perché?

Diciamo che non sono mai stata una vera e propria solista, se non per un brevissimo tempo: ho iniziato a scrivere canzoni un po’ per gioco, senza avere in mente la prospettiva di farne la mia attività principale. Ho pubblicato questi primi esperimenti fatti in casa su MySpace, dove un mio conoscente di università, Gianmaria Ciabattari, li ha scovati per caso, e mi ha proposto di arrangiarli insieme per vedere cosa ne sarebbe venuto fuori. Abbiamo coinvolto dei musicisti dell’area fiorentina, e di lì a qualche tempo abbiamo registrato un EP, e successivamente il primo LP, “More Than One In Number”, con la produzione di Gianmaria. Dal 2010 – anno di uscita di quel disco – a oggi, che promuoviamo il secondo lavoro di unePassante, No Drama, ci sono stati molti cambiamenti di formazione. L’incontro con Emanuele Fiordellisi e Michele Staino (attuali membri di unePassante, a cui si è aggiunto solo da pochi mesi Salvatore Miele) è stato la chiave di volta per questo secondo disco, che vediamo proprio come un lavoro di gruppo.

Man mano che crescete diventate una band; come mai chiamarsi UnePassante? Il nome si vuole dare una certa accezione alla vostra musica?

Il nome me lo porto dietro dall’inizio, proprio da quelle canzoncine lo-fi pubblicate su MySpace, e nessuno a mai pensato di cambiarlo. A quel tempo studiavo letteratura all’università. Era un periodo in cui i miei sforzi critici erano concentrati sull’opera di Baudelaire, così quando ho imbracciato la chitarra per provare a scrivere le prime canzoni ho scelto un testo tratto da “Les Fleurs du Mal”, l’ho tradotto in inglese e l’ho musicato. Il titolo della poesia, e poi della canzone, era A Une Passante: da lì a farne un nome d’arte il passo è stato breve. Sono molto legata a quel testo, per le sue qualità poetiche in primo luogo, ma anche per il significato che ha nella storia della cultura: l’idea di una accezione tutta moderna del fare esperienza, basata sull’istantaneità rivelatrice di alcuni momenti, colti “di passaggio”, durante il nostro vagabondare nell’esistenza, che solo così si carica di un significato. Tradotto in termini artistici, è anche una definizione di estetica, che bene si adatta mi sembra a tutta l’arte contemporanea, e poi in particolare al mio modo di fare musica.

Il vostro ultimo lavoro “No Drama” è completamente in lingua inglese. Perché avete adottato questa scelta? Cosa pensate della nostra lingua madre in ambito musicale?

È una scelta che ha molte ragioni alle spalle. L’inglese non è la mia lingua madre, ma lo è del pop internazionale: scegliere l’inglese vuol dire confrontarsi direttamente con la produzione musicale mondiale, inserirsi in quel campo da gioco, invece che confinarsi in una regione che, musicalmente parlando, non è certo il centro del mondo. Naturalmente non mi sogno nemmeno di criticare chi sceglie di esprimersi nella propria lingua nazionale, ma allo stesso tempo non mi piace essere criticata per la mia, di scelta – cosa che capita abbastanza spesso.

Credo che ognuno sia libero di scegliere gli strumenti da utilizzare per esprimersi musicalmente, l’importante è che ne abbia coscienza e competenza, che li sappia maneggiare. Criticare a priori l’uso di una lingua piuttosto che un’altra mi sembra come criticare un musicista che invece di suonare il mandolino scelga la chitarra elettrica: bisogna guardare ai risultati, non a strutture preconcette. Da parte mia, mi sento molto più capace di maneggiare musicalmente l’inglese (che è una lingua che amo e che studio praticamente da vent’anni, e in cui mi esprimo senza problemi) dell’italiano, che trovo una lingua ostica e poco duttile per il mio modo di comporre.

Come ha influito su di voi l’ambiente di Firenze? Lo trovate incentivante per gli artisti, nonostante la crisi culturale che sta attraversando il nostro paese?

Francamente a Firenze mi trovo benissimo. Ho trovato un ambiente musicale fervido, musicisti validissimi con cui confrontarmi e collaborare. Basta fare un paio di nomi noti alla scena italiana, come i King of the Opera o i Blue Willa (rispettivamente di Pistoia e Prato, ma – come ha voluto mostrare la compilation “The Next Wave” (www.thenextwave.it) – appartenenti in generale alla stessa “macroarea”), i Bad Apple Sons, i Walking The Cow, giusto per limitarsi al pop/rock. Di recente poi abbiamo collaborato con un’importantissima realtà che ha sede qui a Firenze, il Centro di ricerca, produzione e didattica musicale Tempo Reale, che si occupa di sperimentazione musicale in campo “colto”, ma che non disdegna la contaminazione con il pop.
[PAGEBREAK] Certo, come un po’ ovunque in Italia, le strutture per ospitare e far crescere questo fermento artistico sono spesso carenti, o chiuse, o miopi. Ma si tratta appunto di un problema nazionale, legato a fattori talmente complessi che ci vorrebbero cento interviste per sviscerarli. In ogni caso, mi sembra sia il primo dovere della nostra generazione quello di rovesciare lo stato di minorità in cui si trova la cultura nel nostro paese, quindi anche basta lamentarsi e pensare piuttosto a rimboccarsi le maniche.

Con “No Drama” siete riusciti a coniugare l’aspetto cantautorale con l’elettronica ed il pop. A quali esempi avete guardato per fare ciò e come vi siete mossi partendo da loro?

Una delle cose belle di questa formazione è che abbiamo pochissimi ascolti comuni: quello che per me è un riferimento non lo è necessariamente per Emanuele e Michele, il che credo ci salva dal rischio di essere derivativi. Ci sono tuttavia alcuni dischi che per “No Drama” hanno rappresentato non tanto delle influenze ma, proprio come hai detto tu, degli esempi, esempi di buona riuscita nel coniugare elettronica e canzone, come gli ultimi lavori di Sufjan Stevens (“The Age of Adz” è sicuramente uno dei miei dischi preferiti degli ultimi anni), ma anche quelli meno prepotentemente elettronici di St. Vincent, o della band danese Efterklang. Poi io sono cresciuta ascoltando Bjork e i Radiohead di “Kid A/Amnesiac”, che mi hanno insegnato l’amore per la contaminazione di mondi sonori distanti tra loro, nonché una certa prospettiva sull’arrangiamento che non esclude a priori nessuna sonorità, che sia elettronica, orchestrale, etnica…

Sarà che ho l’anima da ingegnere, ma “Wonderful Robots” mi ha piacevolmente colpita. Per voi che significato riveste questo brano? Sembra quasi abbiate voluto sperimentare vari generi al suo interno, è solo una mia sensazione?

“Wonderful Robots” è un po’ l’outsider di “No Drama”. Non che si possa dire che il disco appartenga ad un singolo genere, ma in effetti quel pezzo rappresenta una scorribanda in territori davvero lontani dal resto. Eppure ci sono tante cose che lo legano agli altri brani, ad esempio a livello strutturale il rifiuto della forma strofa-ritornello e l’adesione invece a una concezione diversa, con parti che si generano l’una dall’altra e si evolvono linearmente, senza ritorni, del tipo A-B-C-D etc. A livello di sonorità e genere, c’è chi in “Wonderful Robots” ha visto dello stoner, chi ci ha visto i Nine Inch Nails… Per noi fino a quando non si tratta di Paola e Chiara ogni accostamento è ben accetto, anche se credo che il peso più grande nell’arrangiamento di questo pezzo l’abbia avuto l’amore (soprattutto di Emanuele, ma condiviso anche da me e Michele) per i Ministry e i King Crimson, mentre per quanto riguarda la scrittura forse è riemersa la mia lunga frequentazione dei dischi di Pj Harvey.

“Extinction” ricorda da lontano gli Hot Chip e gli anni Ottanta. C’è effettivamente il loro zampino?

Non direi, no. “Extinction” è l’unico pezzo nato durante le sessioni di registrazione, si è come generato da un altro pezzo che da tanto tempo stavamo provando, senza successo, ad arrangiare in modo soddisfacente. È stato un processo molto strano, che non vi sto a raccontare nel dettaglio, ma che nell’arco di due giorni ha portato da uno stato di frustrazione tremenda a un pezzo fatto e finito, che amiamo molto e che è forse l’apice di divertimento nel nostro live. A me ogni tanto, riascoltandolo, ricorda qualcosa di Madonna, ma forse sono solo megalomane.

C’è un pezzo in particolare a cui vi sentite più legati degli altri?

“Forse Valentine’s, or The End”, perché coniuga un po’ tutto quello che volevamo raggiungere in questo disco. Ne siamo molto orgogliosi.

Da gruppo italiano, cosa vi sentireste di dire a coloro che cercano di emergere nel panorama indipendente attuale?
Per voi com’è/com’è stata la gavetta?

Cambiate mestiere. No, scherzo. Il fatto è che la gavetta è dura, e non sono affatto sicura che per noi sia effettivamente finita. Talento e capacità musicali a parte, credo che la parola chiave sia determinazione. Ma prima ancora bisogna far chiarezza con se stessi riguardo agli obiettivi che si vogliono raggiungere: se l’obiettivo è – come per noi – fare la propria musica senza scendere a compromessi con concetti francamente degradanti come commerciabilità o appeal verso un determinato pubblico, con la voglia e la speranza di incontrare un giorno il proprio pubblico di elezione, allora riprendo volentieri un’immagine semplice che ho usato prima, e dico che tocca rimboccarsi le maniche. Sia da un punto di vista musicale (migliorarsi sempre, crescere, superarsi), sia da quello più “manageriale”, ma altrettanto importante, delle scelte da fare per raggiungere il pubblico. Se invece uno vuole soltanto “emergere”, allora cantate in italiano e plagiate più o meno bene Rino Gaetano. Dovrebbe funzionare.

C’è un motto che usate prima di esibirvi in pubblico?

Non parliamo molto tra di noi prima di salire sul palco, o almeno io non parlo molto con gli altri. Sono spesso in uno stato di ansia che mi porta a isolarmi per sudare freddo in pace. Ma magari gli altri ce l’hanno, glielo chiederò (sorride)

Che progetti avete per il futuro prossimo?

Far sentire “No Drama” il più possibile, quindi suonare dal vivo. Credo che tutto il prossimo autunno/inverno sarà monopolizzato dall’attività live, ma non mi dispiacerebbe iniziare a pensare a nuovi pezzi e nuove strade da percorrere. Vedremo.

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