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Il ritorno del figliol prodigo?

L’attesa è stata lunga, ma finalmente si può ascoltare la nuova creatuera di Michael Kiske, accompagnato da Kai Hansen.

Al primo ascolto sembra mantenuto lo standard qualitativo dato dagli strumentisti, e le prime tre song corrono veloci sulla scia del buon vecchio power anni ottanta con alcuni richiami a “Land Of The Free” o agli Helloween di fine anni ottanta.
Dopo questo entusiasmo la foschia si infittisce e, tra semi-ballad e canzoni più classic Aor oriented, si arriva alla fine dei 50 minuti totali con una domanda: ma ce n’era bisogno? La risposta a ciascun ascoltatore.

In sostanza né vincitori né vinti per questo lavoro che, date le premesse, non aggiunge nulla di nuovo a quello che Kay, Kiske e gli altri della band hanno detto in passato.

Chi fosse pronto a gridare al miracolo dovrà parzialmente ricredersi: non che sia un album catastrofico, ma comunque lascia l’amaro in bocca dopo le voci insistenti che vedevano il ritorno dei due ex-Helloween insieme dall’incontro nel 1995.

Potete sempre pensare che, chi ha scritto la recensione, non capisce nulla di musica, ma la realtà sostanziale è che il prodotto finale non spicca di certo per fantasia.

Sicuramente apprezzabile, da premiare lo sforzo nel cercare un distacco dal genere che ha sempre contraddistinto i nomi più illustri della band, senza però trovare una direzione ben precisa nello stile musicale e compositivo.

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Contro

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