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Uno sguardo al di fuori: Le traiettorie dell’identità

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Marco Bechis è convinto che i film nascano da un impulso personale, da un bisogno interiore e profondamente politico: ecco perché, sei anni dopo “Hijos-Figli” (in cui si affronta il tema dei desaparecidos argentini) il regista porta alla Mostra “La Terra Degli Uomini Rossi”, “Birdwatchers”, confrontandosi ancora una volta con il tema dell’identità, con una vicenda che segue da vicino la storia di Marcos Veron, leader guarani assassinato in Brasile nel 2003.

Le vicende dei latifondisti brasiliani sono legate a doppio filo al destino della popolazione indigena Guarani Kaiowà del Mato Grosso, relegata ai margini delle proprietà terriere, e ai turisti che praticano il birdwatching nel paradiso naturale dell’Amazzonia. Bechis si pone dalla parte altra, attingendo anche alla propria esperienza: nato nel 1957 a Santiago del Cile, da madre cilena di origine svizzero-francese e padre italiano, all’età di vent’anni venne sequestrato da milizie argentine e in seguito espulso dal paese. Con il tempo Bechis ha maturato una sensibilità che lo ha portato ad esprimersi in forme diverse (installazioni e fotografie, fra le altre), ma con alcune costanti tematiche: il diverso, l’identità, la libertà individuale contro il sistema politico, sviluppati soprattutto in “Alambrado” (1991), e in “Garage Olimpo” (1999).

Al Lido quest’anno, insieme a Bechis, altri due registi italiani trovano il soggetto per i propri film fuori dalla realtà occidentale: Marco Pontecorvo in “PA-RA-DA” si rivolge alla Romania dei bambini baskettari, costretti a vivere in canali sotterranei e a subire abusi, mentre Uberto Pasolini (con “Machan”) si reca in Sri Lanka per raccontare la frustrazione e il desiderio di emigrazione dei giovani cingalesi. Se Pontecorvo sceglie le tinte del dramma e Pasolini quelle della commedia, differente è il caso di Bechis: più che docu-fiction o rappresentazioni del reale, afferma l’autore, i suoi film sono espressioni artistiche che raggiungono il livello del realismo, proprio attraverso la loro finzione; come i ritratti iperreali di Sugimoto, che non sono altro che statue di cera di Madame Tussauds fotografate.

Il cinema di Bechis e la sua poetica in generale sono poi profondamente politici, come dimostra la sua collaborazione con Adriano Sofri e Daniel Cohn-Bendit, uno dei principali leader del movimento studentesco del ’68 francese. Dobbiamo però specificare che con politico ci riferiamo all’etimologia greca del termine, alla polis: ciò significa che il presupposto sia considerare l’uomo un cittadino che opera all’interno di una società. È così che ogni gesto del cittadino è inevitabilmente politico.

Nel suo ultimo film Bechis afferma di essersi concentrato non solo sul rapporto dell’uomo con la propria identità e con il luogo che abita, ma proprio sul citato concetto di altro: nel Mato Grosso sono diversi proprio gli indigeni, al contrario di quanto avviene in Europa, impaurita dalla minaccia dello straniero. In “Costruire, Abitare, Pensare”, Martin Heidegger dice che in tedesco originariamente il verbo essere corrispondeva ad abitare: questa relazione, se si è persa nel mondo occidentale, nelle comunità dell’Amazzonia è ancora determinante; a tal punto che alcuni indigeni, relegati in uno spazio liminale, schiacciato dalla proprietà privata, sceglieranno di togliersi la vita.

Essere è abitare, e prima di morire Varon disse: “Questa è la mia vita, la mia anima. Se mi allontanerete da questa terra, mi toglierete la vita“. Ma a complicare ulteriormente questo rapporto irrisolto il regista introduce la figura del turista: il birdwatching, l’osservazione dei volatili nel loro ambiente naturale, diventa la metafora della mercificazione del luogo, della sua banalizzazione e adattamento per l’emisfero Nord; come se coesistessero diversi strati, layers di realtà parallele, ma con velocità diverse e senza convergenze. Bechis ce le propone con l’intento dichiarato di scuotere le coscienze, poiché è questo – afferma – il compito dell’artista: un lavoro da militante.

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