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Uno spettacolo che strizza l’occhio ai sacramenti

L’ultimo lavoro di Antonio Rezza e Flavia Mastrella è (per la seconda volta nel 2010) sino al 7 novembre al Teatro Out Off di Milano. Sala straripante ogni sera: l’Out Off e Milano adorano Rezza che, per carattere, si compiace molto di questa adorazione.
Lo spettacolo è complesso e chi scrive ancora non sa dire se si tratti di un passo avanti o indietro nella storia del del duo. Infatti, se “Fotofinish” o “Bahamuth” erano maggiormente organici, seppure suddivisi in ideali capitoli, “7 14 21 28″ è molto più frammentario. Ed è la scenografia ideata dalla Mastrella, giocata, come il costume di Rezza, sul rosso, a scandirne i capitoli: oggi oggetto nella scenografia è un nuovo episodio.

Lo spettacolo si fa beffe degli stilemi classici della narrazione. Racconta del principe zoppo che inseguiva caprioli; di Otello tornato da Desdemona dopo la guerra; del figlio dell’operaio sfruttrato e precario perseguitato dal vocione del padrone; del matrimonio tra Luciana di Spalle e Luciano di Fronte (diventato infine il matrimonio tra Luciana Di Sguincio e Luciano Acquattato, con Luciana che diventa Luciana Di Sguincio in Acquattato); di Roberto, ministro della Ricerca che, con il suo sottosegretario Maurizio, cerca uno straccetto bianco; della Pietà di Mantegna con Loreto (e anche il vicesindaco della città) sullo sfondo; dell’handicappato stuprato dal prete (con la religione nessuna pietà); della sfida elettorale tra due politici e dei tagli che la Finanziaria mette alla cultura; infine, della troietta 52 e dei suoi figli 7 14 21 28 (durante questo pezzo di narrazione, Rezza interoloquisce con il pubblico e come sempre lo sfida).

Rezza è un performer senza paura: gioca con il suo corpo, mettendolo alla prova, e con il suo volto, mutandolo e rendendolo irriconoscibile (con il lattice, la stoffa, o anche solo cambiando pettinatura). Cerca di scandalizzare il pubblico, in primo luogo con tre gesti forti: l’ingresso nudo a fine spettacolo, la pronuncia di una bestemmia a metà e all’apertura, quando commette un infanticidio.
I momenti cruciali dello spettacolo, dalla bestemmia alla morte del bambino, dal cosiddetto “episodio del cioccolato” alla storia di 52, madre di 7 14 21 e 28, moglie di 24 26 31 34 36, continuano a tornare a mano a mano che la narrazione si dipana, creando continue interferenze.

I temi di Rezza in ogni caso sono sempre gli stessi: la trasformazione del corpo, del viso, della voce, mettendosi sempre più alla prova e facendolo quasi con sadismo; la cattiveria verso il pubblico (e verso Ivan Bellavista, che anche qui è muto co-attore); l’ironia feroce; l’uso del lessico in modo accurato e quasi chirurgico. Rezza vuole dare fastidio al pubblico, però fa metateatro, come nella lunga riflessione sulla bestemmia, in cui si mette a nudo analizzando il perché del suo desiderio di scandalizzare e i risultati cui ciò porta.

Rezza lo si può vedere per ridere, ma anche per riflettere e per usarlo come grimaldello per guardarsi dentro. Non sono molti gli artisti che permettono ancora, soprattutto a teatro, un’operazione simile.

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