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    Unsane

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Tenebre

Gli Unsane sono un powertrio di New York con alla chitarra e voce Chris Spencer (molti dicono sia il fratello del più famoso Jon della Blues Explosion), Peter Shore e Charlie Ondras al basso e batteria (la stessa sezione ritmica la si ritrova anche nei Boss Hog nell’album “Cold Hands” sotto Amrep). Il loro primo omonimo album è sicuramente uno tra i migliori dischi noiserock mai registrati: una gelida lamata che ti entra nelle carni nei bui vicoli del Bronx.
“Unsane” è datato 1991, mentre il gruppo si era formato nel 1984, segno che la musica proposta era troppo precoce per l’epoca. L’unica influenza proponibile è con i primi minimalisti Sonic Youth (“Confusion is Sex” e “Bad Moon Rising”) anche se il sound Unsane era decisamente più nero. Grande spazio è dato alla sezione ritmica (il massimo dell’intesa nell’intro di “Maggot”): Shore è forse l’elemento più importante del gruppo in quanto spetta a lui costruire l’impalcatura di ogni singolo brano, Ondras invece è uno dei pochi batteristi in circolazione in grado di suonare i tom (in effetti i piatti d’accompagnamento non vengono quasi mai usati: il charleston solo a pedale, il ride con il contagocce); le pelli vibrano e rimbombano producendo così il solito delirio assordante: grande ritmo (o tribalismo eroinomane) e giri assassini di basso, questi gli ingredienti del miglior gruppo noiserock d’America. Arriva quindi il turno di Spencer, la sei corde si afferma per il suo ecletticismo: a volte in assolo continuo dall’inizio alla fine del brano (mirabile il lavoro in “Cut” dove si riascolta il rock degli MC5), altre fossilizzata sui soliti due riff seguendo la lezione dei Big Black, rimane il fatto che è sempre scordata, stuprata e malmenta da scaltre dita e così in grado solo di cacciare urla di dolore e pianti di finta rassegnazione. Altra particolarità dell’album è sicuramente la voce di Spencer: perennemente filtrata, marginale, atroce e con l’unico scopo di spostare l’attenzione sul non-suono.
L’album è ricco di brani terrorizzanti: “Organ Donor” e “Bath”, cinque minuti di misantropia iniettata in dosi massiccie, o “Vandal-x” un vecchio singolo risuonato per l’occasione, una delle canzoni più sanguinarie che gli Unsane abbiano mai composto. Nell’album si trova di tutto per i maniaci della distorsione: dissonanze, eruzioni scalpitanti, cascate di feedback, timbri sporchi e rumore a volontà: basta ascoltare brani come “Exterminator” dove un fuzztone crescente e assordante crea un caos micidiale o il non-finale di “Cut” poiché una bomba atomica lanciata chissà da dove tronca di netto il brano. In “HLL” urla del tipo “I don’t believe you” ti avvertono di non scherzare, questa assenza di narcisismo o buone intenzioni è paurosamente pura: i cavalieri dell’apocalisse perdono un’unità e decidono di trasferirsi a New York, a soffocare tra fiori di cemento; le uniche eccezioni nell’intento terroristico di “Usane” sono date da “Action Man” (dedicata ad Ondras), una ballata che non ricalca l’umore pessimo del disco e il brano conclusivo “White Hand”, lento e deprimente, enormemente influenzato da un altro filone underground della grande mela: lo slowcore dei Codeine o dei Cell.
A ventisei anni Ondras ci rimarrà secco (ieri ero solo, oggi solo ero), Vincent Signorelli (Swans, Lubricated Goat) lo sostituirà degnamente nell’altro capolavoro “Total Destruction”, con il passaggio poi all’Amphetamine Reptile e la defezione anche di Shore, gli Unsane con una formazione del tutto nuova cambieranno sonorità buttandosi su brani meno slegati e rumoristici ma molto più tecnici senza però perdere l’ultraviolenza che tanto li ha contraddistinti e che ha fatto scuola.

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