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Italians’ crossin’ style

Space-core lo chiamano. “Noisehardcorepunkpopfreejaz”. Ha un senso? Probabilmente no. E per una volta non si può far altro che confermare. Come se il suono del gruppo non vedesse altro che ombre oscuramente colorate proiettate su uno sfondo luminoso. Come immagini sfocate e intuite, che sfuggono appena si cerca di metterle a fuoco.
Una chitarra spigolosamente noisy insegue gli insegnamenti di Helmet, Fugazi, Unsane, Breach e Sonic Youth, e di rimando si innesca sulle creazioni di Nirvana, Alice in Chains e Refused. Sa come fare male, colpisce trasversalmente e va ancora più nel profondo, tra arpeggi liquidi, sfuriate e ombre psichedeliche che non abbandonano mai i riff.
Il basso risuona terremotante, pesante, distruttivo eppure capace di costruire e sottolineare alcuni fraseggi con eleganza ed efficienza. La batteria non lesina colpi di classe, cambiamenti di tempo inaspettati e, soprattutto, regala un sentore doomy a un disco che appare oppressivo già per natura.
Le vocals di Andrea, seppur non perfette (o proprio per questo), si rivelano intense ed eclettiche, nella miglior tradizione pattoniana e, a volte, korniana; passando dalle urla, al parlato, ai toni lamentosi e a tratti dissonanti.
Un disco obliquo e unico: dai toni quasi punk di “Electric Wave Kids” alla deriva nirvaniana e doom dell’opener “Tsunami”, attraverso il numero psichedelico tra post rock e spoken word. E la cosa davvero interessante è che il disco sembra esistere solo in funzione della persona che ne fruisce. E, a questo punto, gli spunti “industriali”, i loop, le derive rumoristiche, non sono altro che un ulteriore testimonianza della bravura dei quattro, da cui scaturisce un disco formidabile che mischia un ventennio di musica dura e inteligente. “Be Yourself or die. Much more better. Indeed.”
ps. un plauso particolare per aver deciso di eliminare dalla versione definitiva la cover di “Close To Me” dei Cure, complice l’insopportabile moda di coverizzare hits anni ’80.

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