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  • Uriah Heep: Wake The Sleeper

    Uriah Heep

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Still ‘Umble, still awake!

Solitamente, il grande gruppo che ha vissuto i grandi fasti dell’Impero Dell’Hard Rock quando rientra su un palco a distanza di quasi dieci anni, preoccupa.
Più che altro perché gli schieramenti del “abbiamo già sentito tutto questo” o “chissà che miserrima fine hanno fatto” trovano sempre e comunque il modo di dare aria a luoghi comuni e facili frasi fatte.
“Wake The Sleeper” inizia male, con una title track che lascia solo i profumi degli inni inglesi gloriosi dei settanta come “Look At Yourself” ad esempio, perché sembra non avere più la convinzione di tanto tempo fa.
Il consiglio è quello di iniziare ad ascoltare, almeno la prima volta, il disco partendo dalla seconda traccia.
“Overload” dimostra molto.
Inizia a farsi intendere: i vecchietti inglesi si sono aggiornati ma non hanno tradito la loro essenza. Li senti, ci sono, non sono cambiati, si sono semplicemente aggiornati.
Addirittura qualche pesantezza in più se la concedono,così come giocano di nuovo con il loro marchio per regalare una “Tears Of The World” che pare mutuata da altri tempi.
“Wake The Sleeper” ha comunque un centro ben delimitato che rischia di far correre quella lacrimuccia in più ai veri hard rocker, a far loro pensare che in fin dei conti c’è ancora qualcuno che li rappresenti degnamente pur non riproponendo ogni santa sera “Smoke On The Water” o affidandosi alle meraviglie culturali delle influenze jazz (Deep chi?).
È soprattutto con la sequenza che va da “Light Of A Thousand Stars” a “What Kind Of God” compresa che il disco mostra muscoli, caratura e meraviglie come i sapori progressivi di “Heavens Rain” o il pezzo che passerà alla storia come migliore di questa raccolta, questa “What Kind Of God” che può tranquillamente chiedere un posto nel prossimo Best Of.
Insomma, questo gruppo di signori inglesi sarà arrivato un po’ tardi nel ventunesimo secolo, ma chi li ferma adesso?

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