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“Noi” (“Us” in originale) di Jordan Peele si apre su un vecchio catodico circondato dalle videocassette di “C.H.U.D.”, “Goonies”, “Nightmare – Dal profondo della notte”. In onda, un servizio che racconta di un’iniziativa benefica. È il 1986 e il produttore americano Ken Kragen, con l’aiuto dell’associazione USA for Africa, ha organizzato la campagna di raccolta fondi Hand Across America, su modello delle iniziative di beneficenza che avevano coinvolto svariate celebrità in precedenza. We are the world, scriveva Michael Jackson solo un anno prima. Circa 6 milioni di americani si sarebbero dovuti tenere per mano per 15 minuti, in una lunga catena umana che avrebbe unito New York a Long Beach, California. Ognuno avrebbe versato 10 dollari e il ricavato, stimato intorno ai 50 milioni di dollari, sarebbe stato usato per aiutare i poveri e i senzatetto del Paese. «Il più grande evento collettivo della storia», secondo gli stessi organizzatori, che si tenne davvero il 25 maggio. In realtà, i soldi raccolti furono appena sufficienti per coprire i costi della colossale operazione. Alla fine, dopo tutto il battage pubblicitario, rimasero appena 15 milioni di dollari. Questi sono gli americani. Questi sono gli USA. Questo è “Us”. Titoli di testa!

Come nel suo precedente “Scappa – Get Out”, Jordan Peele si preoccupa già nell’introduzione di nascondere in bella vista la chiave di lettura del suo film. E se nell’opera d’esordio il sogno americano, con le sue case simmetriche in periferia e le staccionate bianche dei giardino, era al centro di un discorso molto preciso e diretto, in “Us” allarga l’orizzonte della riflessione, solleva nuove domande. Su chi siamo, cosa abbiamo fatto e dove stiamo andando.

Perché, certamente, “Noi” di Jordan Peele parla del substrato stesso su cui è stata costruita l’America – la sua essenza – e si rivolge principalmente agli spettatori statunitensi, ma è indubbio che, in un momento in cui il diritto alla dignità umana è messo a dura prova in ogni paese del mondo, il film possa diventare un riflesso in cui ritrovare noi stessi – noi Europei intendo – faccia a faccia con i nostri doppi. È un po’ come dicevano in “La storia infinita”, durante la prova dello Specchio Magico: «sovente i buoni scoprono di essere crudeli, gli eroi famosi scoprono di essere codardi».

Come avrete capito, il Doppelgänger, il “doppio viandante” che compare in molte tradizioni popolari fin dalla notte dei tempi, è al centro di “Noi”. La piccola Adelaide (Madison Curry) incontra il proprio doppio proprio nel 1986, nella casa degli specchi di un parco di divertimenti sul lungomare di Santa Cruz, mentre lì vicino Joel Schumacher sta girando la famosa sequenza di apertura di “Ragazzi perduti”. Indossa una maglia di “Thriller” di Michael Jackson e, considerando quanto detto prima sul tema del dualismo, la cosa non è casuale. Da allora, come spesso accade nel folclore, sarà perseguitata da quella immagine di sé e questa angoscia crescerà fino a diventare presagio di un pericolo imminente per tutta la sua famiglia molti anni dopo, quando Adelaide (Lupita Nyong’o) farà ritorno nella casa a Santa Cruz insieme al marito Gabe (Winston Duke) e ai due figli Zora (Shahadi Wright Joseph) e Jason (Evan Alex).

Da qui in poi mi sembrerà di camminare sui vetri, perché “Noi” di Peele è uno dei film più densi e stratificati che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni, ma anche estremamente difficile da raccontare, senza rivelarvi parte della trama. Tuttavia, vorrei provarci lo stesso, perché ne vale la pena.

È un prodotto bizzaro, “Noi”, quasi un ossimoro. È cinema popolare e cerebrale, di svago e di impegno politico. Tutto questo in un unico, multiforme, contenitore. Come prodotto di intrattenimento, è quel tipo di storia dall’apparenza naive che si poteva trovare nelle pubblicazioni EC o in serie come “Ai confini della realtà” (e infatti, il reboot di “The Twilight Zone” presentato da Peele è appena iniziato su CBS). È un racconto weird che si gioca a cavallo tra fantascienza e horror, ma in grado di utilizzare con sicurezza e consapevolezza linguaggi di altri sottogeneri, quali lo slasher e l’home invasion. Equilibrato, tesissimo e – sì, credetemi – divertentissimo. Peele viene dalla commedia e si vede. Azzecca tutti i tempi comici, grazie a una scrittura solidissima e all’ottima interpretazione di Winston Duke, che alleggerisce la tensione quando serve, senza mai minare la credibilità della componente thriller. Quest’ultima, poggia in larga parte sulle spalle di LupitaNyong’o, che nel doppio ruolo di Adelaide e Red ci regala la prova della vita.  

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Non che, in passato, il cinema horror non abbia mai intrapreso la stessa via di “Noi”. Anzi. Come scrivevo per “Get Out”, Peele sceglie, con piena consapevolezza, di inserirsi nella tradizione cinematografica di George Romero, Tobe Hooper, John Carpenter, Wes Craven e, perché no, anche di Bernard Rose con il suo, fondamentale, “Candyman” (il cui remake, non a caso, verrà prodotto dalla Monkeypaw Productions di Jordan Peele e diretto dalla giovane regista Nia DaCosta). Ma Peele è anche riuscito a dare nuovamente attualità al genere, legandolo alle istanze del movimento Black Lives Matter e affrontando una seria riflessione su un paese cresciuto a dismisura a partire dallo sfruttamento dei corpi degli altri, prima attraverso la schiavitù, poi con l’incarcerazione di massa.

Il discorso, in “Us”, si amplia e dialoga a distanza con le opere di molti altri autori afroamericani usciti di recente (penso a “Atlanta” e a “This is America” di Donald Glover, ma soprattutto al bellissimo “Sorry to Bother You”, con quale, in un certo senso, condivide tematiche e approccio, ma che affronta l’argomento dal punto di vista socio-economico).  Gli altri sono le minoranze, i più poveri, i più deboli, gli emarginati, quelli che sono stati lasciati indietro nella disperata ricerca di emergere, di riuscire nella vita, “farsi da solo”, diventare qualcuno e inseguire un sogno. Americano o no. Gli altri avremmo potuto essere noi. È un po’ come succede con i conigli nel cilindro di un prestigiatore. Sono due, ma noi ne ricordiamo solo uno. Quello che esce, vede la luce dei riflettori, si prende gli applausi, ma quello che entra, senza il quale il numero non sarebbe nemmeno iniziato, che fine fa? Ricordatevi dei conigli nel cilindro, mentre guardate “Noi”.

Un film stratificato, dicevamo, con diversi livelli di fruizione. Peele cerca in tutti i modi di rendere lapalissiana l’allegoria di base, ma da questa si dipanano una serie di infinite simbologie più o meno complesse, allusioni presenti in ogni particolare, gesto, inquadratura, nome, capo di abbigliamento, nel tentativo di creare una nuova mitologia. “Noi” è infatti un film che si nutre di miti, antichi e contemporanei, dialogando a distanza con diverse forme narrative e dando nuova forma ai topoi.

Le analisi che si possono fare di “Noi” sono davvero innumerevoli e possono avere diversi punti di partenza. Si potrebbe parlare diffusamente del mitologema del Doppelgänger, che ha attraversato varie tradizioni (vicino-orientale, classica, norrena, celtica), per poi trasformarsi in leggenda metropolitana nel racconto di Abraham Lincoln, che disse di aver visto volto del proprio doppio, mortalmente pallido, poco dopo essere eletto. Si potrebbe affrontare il tema proprio dal punto di vista del folclore urbano, a partire dal riferimento iniziale alla Mole People, misteriose tribù che, secondo le leggende, abitano gli estesi tunnel presenti sotto il territorio statunitense. Difficile, in questo caso, non pensare a “La macchina del tempo” di H.G. Wells, vero? Si potrebbe, inoltre, provare a approfondire i continui riferimenti biblici che si concretizzano in quel Geremia 11:11, che continua a riproporsi nel corso del film come una sinistra coincidenza.

Ma non è questa la sede. Questo è il momento di chiedersi: perché “Us” di Jordan Peele è un film così interessante e importante? Perché è pensato per intrattenere nel buio della sala e stimolare riflessioni complesse dopo, a luci accese. È cinema che pone domande, e lascia a noi il compito di trovare le risposte. Perché, ci tengo a dirlo sinceramente e fuor di retorica, lo stimolo alle riflessioni complesse, di questi tempi, è proprio quello di cui abbiamo bisogno.

Perché, anche se è possibile notare un sorta di autocompiacimento in questa doppia natura, rimane ugualmente un’opera straordinaria nel coniugare un’incredibile lucidità nella rappresentazione dell’essere umano e di un intero Paese, allo straniamento tipico del genere fantastico.

Perché, infine, il linguaggio e l’immaginario che il regista americano sceglie di utilizzare per raccontarci questa storia è lo stesso del suo pubblico. Si tratta di cultura condivisa. Gli infiniti riferimenti cinematografici e musicali, le citazioni, gli easter egg presenti in “Us” non sono esclusivamente strizzatine d’occhio al pubblico nostalgico. Lanciano messaggi in grado di essere recepiti da chi condivide le stesse nozioni popolari, in modo sicuramente consapevole, ma naturale. Un’immagine, un oggetto, una citazione, una maglietta, una canzone, rievocano un mondo intero e con esso, un preciso sistema di valori. Uno dei compiti dei cinema, per quanto mi riguarda, è quello di creare mitologie postmoderne che possano parlare di quel mondo, aiutare a capirlo e, in qualche modo, sovvertirlo. “Noi” di Jordan Peele, per me, fa proprio questo.

 

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