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Intervista agli Ustmamò: “Musica per passione e per nessun altro motivo”

Sono tornati gli Ustmamò; lo hanno fatto a distanza di 14 anni dal loro scioglimento. Sono tornati Luca Alfonso Rossi e Simone Filippi nelle vesti di compositori e musicisti diDuty Free Rockets, l’album del ritorno, il tasto del “reset” come loro stessi lo hanno definito. Un reset che ha coinvolto anche la voce storica degli Ust, Mara Redeghieri, assente nell’ultimo album, ma non necessariamente dai prossimi lavori. In “Duty Free Rockets” hanno collaborato anche Ezio Bonicelli e Ageo, assenti entrambi per questa intervista, ma pronti a salire sul palco, insieme a Luca e Simone, per i prossimi concerti degli Ustmamò.

Questo è quanto ci siamo detti in un caldissimo pomeriggio d’estate, a Roma.

 

La prima domanda è di rito: Come nasce “Duty Free Rockets”?

Luca Rossi: Nasce dalla passione per la musica, dalla riscoperta della chitarra, dal modo di suonare che avevamo quando abbiamo iniziato a quattordici anni, quando suonavamo in un garage impolverato: cominci così, poi diventa una passione che non ti abbandona più. E’ una dipendenza, una buona dipendenza.
Con gli Ustmamò abbiamo suonato per vent’anni, poi ci siamo sciolti: sono passati 14 anni da allora, ed è rinata questa voglia dettata dalla passione. Duty Free Rockets è un disco nato per passione e per nessun altro motivo.

Simone Filippi: Tutto quello che è successo [la produzione del disco, ndr] è successo dopo; prima sono nati i pezzi, poi dopo è venuta fuori la possibilità di farne un disco…

LR: …All’inizio erano solo delle “song” chitarra-e-voce, nessuno avrebbe pensato di pubblicarle.

 

Dopo dieci anni una persona non può essere uguale a dieci anni prima… La nostra forza è la sperimentazione e la fantasia”. Lo ha detto Mara Redeghieri in un’intervista del 2003. Ora che di anni dall’esordio ne sono passati 24, qual’è la vostra forza?

LR: È sempre quella, probabilmente.

SF: Quello che ci fa continuare a fare musica è solo la voglia pura e semplice di suonare; considerando anche il fatto che in questo periodo uno non può nemmeno pensare di camparci, con la musica.

LR: In quegli anni lì [’90, ndr] si cercava di sperimentare, di fare sempre delle cose un po’ diverse. Con questo disco, invece, siamo tornati indietro, è stato come schiacciare il tasto del reset.
Nel 2003 ci siamo guardati in faccia e ci siamo chiesti: cosa facciamo adesso? Non eravamo più soddisfatti, probabilmente perché c’era questa corsa nel ricercare sempre qualcosa di nuovo; sembrava facesse parte del gioco.
Quello che invece stiamo facendo ora è esattamente quello che facevamo nel ’91. Questo disco ci rappresenta nella maniera più genuina.

 

Molti dei brani del nuovo album sono nati, essenzialmente, da ricordi del passato; è il caso delle 2 cover, di “I want to tell you” e “Joy”. Anche “I play my chords” e “Sad King” sono frutto della ricerca di un suono vecchio e imperfetto come ha scritto Luca. Potremmo definire Duty Free Rockets come uno spartiacque nella vostra carriera, tra il nuovo che avanza e il passato che ritorna?

LR: Sì, mi sembra un’ottima definizione

SF: Lo puoi fare

LR: Hai ragione, è così.

 

C’erano dei progetti legati agli Ustmamò che a causa dello scioglimento sono naufragati, ma che ora vi piacerebbe riprendere?

SF: Niente in particolare. C’era un sacco di musica che è rimasta là ma che è nettamente diversa dagli ultimi brani. Non c’era niente in sospeso.

LR: Anche perché quello era un progetto aperto dove si potevano fare un sacco di cose…

SF: E non abbiamo mai ricevuto diktat da nessuno, qualche volta un minimo, forse… [sorride, ndr]

 

Spesso i musicisti, con l’avanzare degl’anni, sono sempre meno propensi ad ascoltare le nuove tendenze musicali; si chiudono, per così dire, nella propria stanza musicale, circondati da quel che più hanno amato ascoltare nella loro vita. E’ così anche per voi o siete ancora affamati di novità?

LR: Andando avanti con gli anni ti dimentichi quali sono le cose nuove e quali quelle vecchie, insomma mescoli un po’. Per me funziona così: se tu mi chiedi qual’è la novità tra un disco degl’anni ’30 e uno che è uscito ieri sera, magari ti dico che quello nuovo è quello degli anni ’30. Passato e futuro si mescolano in qualche modo.

 

Quanto sono cambiati i vostri gusti musicali dal lontano 1991?

SF: I gusti miei non sono cambiati. Ho cambiato strumento musicale, ma quello è un altro discorso. Non ho mai affondato la testa in qualcosa in maniera esagerata; io ascolto. Non ho un mio artista preferito, non so tutto di uno, anzi so pochissimo di tutti, non so i titoli dei brani, non riesco a mettere in fila i titoli dei disci di nessuno, o sapere chi suona con chi.

LR: Io ho avuto un sacco di dischi preferiti, invece. Di artisti. C’è un elenco lunghissimo: per ogni genere e per ogni decade. E’ una lista molto lunga.

 

“Fedeli alla linea…anche quando non c’è” è una frase che ha segnato la mia adolescenza, e forse la mia vita. Che valore ha, ancora oggi, la vostra amicizia con Ferretti?

LR: Per me un grande valore, un grandissimo valore. Perché, intanto, se non ci fosse stato lui io non avrei iniziato a fare il musicista, anzi avrei continuato a farlo come prima e forse prima o poi mi sarei rotto le scatole e avrei interrotto, chi lo sa? Grazie a lui abbiamo iniziato una storia che è stata bella. Poi tra l’altro io ho sempre suonato il basso con gli Ustmamò, tranne agli inizi in cui cantavo perché non avevamo il cantante; da quando invece ho iniziato ad andare in giro con lui, con la chitarra, accompagnandolo nel tour, il fatto di suonare la chitarra è stata una spinta per fare delle song. Col basso no, se ti metti a suonare il basso da solo non ti viene la canzone basso-e-voce, è difficile, è abbastanza complicato. Quando, invece, suoni la chitarra da solo in una stanza ti esce qualcosa di armonico, una melodia; ti viene di fare canzoni.
Quindi lo ringrazio due volte Ferretti. Poi ti dico: per me la sua amicizia è importante; lo ammiro più per come lui è fuori della vita artistica. Perché è una persona vera. Adesso c’è un video di lui con i suoi cani, perché adesso ha fatto una fondazione, la Fondazione Giovanni Lindo Ferretti. E quelli sono i video di presentazione della sua fondazione che stanno girando.
Ce n’è uno cortissimo dove lui è appoggiato su una rete per strada che parla con due cani. Quella immagine lì di Ferretti è fortissima, come quella in cui lui parla con i cavalli. Io lo conosco così Giovanni, per me è quello lì. Un Rapporto fortissimo e importante.

 

Anche se l’avete fatto arrabbiare con la scelta dei testi in inglese…

SF: Ci ha perdonato però…

LR: Ci ha perdonato perché ha capito che altrimenti non avrei finito mai un disco. Alla fine lo ascolta, gli fa pure compagnia, per cui è andata bene… [ridono, ndr]

 

Tornando a Duty Free Rockets – è un album che Luca ha definito “Guitar Album”, registrato con un approccio leggero e veloce, privo di eccessivi ricami post-produzione. Pensate sia questa la strada da seguire anche nei prossimi lavori?

LR: Per noi sì, decisamente. Per lo meno evitare editing massicci. Non più monitor davanti più di due o tre ore. Se suono voglio suonare, non voglio guardare un monitor. Voglio fare un play & rec con le dita…

 

Mi fate pensare a quanto sia cambiato, oggi, il mestiere del musicista…

SF: In questi anni, per quanto mi riguarda, oltre ad aver suonato moltissimo sia in studio che fuori, ho lavorato con sacco di gruppi che venivano a registrare demo, Lp auto-prodotti e cose del genere; si è un po’ sciupata la scena nel modo di affrontare la musica: questi arrivano, suonano, poi dicono “vabbè, tanto poi metti tutto a posto, non c’è problema…” si credono di far prima e invece stanno perdendo un casino di tempo, oltre che la capacità di suonare. Io mi ritrovo a star lì a fare tutti quei tagliuzzi… stare lì, davanti al monitor, a far tutti quei tagli è una cosa che mi ha stufato in maniera devastante; per cui dico: prendi la chitarra, suona dall’inizio alla fine, se ce la fai, se non ce la fai è anche meglio, perché sei umano e nell’errore c’è il tuo piccolo scazzetto di quel momento. Fa lo stesso, che cazzo stai lì a tentare di fare una cosa piatta che suona tutta uguale… L’editing spinto ha rotto le palle.

 

Seconda Domanda di rito prima di salutarci: cosa c’è nel futuro degli Ustmamò? (Io spero molti concerti… magari da queste parti… [Roma,ndr])

LR: Un altro motivo che ci spinge a fare questa roba qui [album, interviste ecc., ndr] è proprio la voglia di suonare insieme. Simone suona la batteria e canta, io suono la chitarra e canto, abbiamo anche un basso elettrico e un’altra chitarra, siamo in 4 e i concerti saranno fatti con questa formazione. Vorremmo farne tanti anche per amalgamare di più la band in vista del prossimo disco. Perché “vogliamo” fare un altro disco.

 

Ah! É già in programma?

LR: Io lo farei, lo farei subito!

SF: Appena abbiamo il tempo lo facciamo. Adesso vediamo di riuscire a fare dei concerti con questo.

 

Quindi potreste addirittura presentare i brani del prossimo album, che magari state già provando, direttamente nei prossimi live?

SF: Forse, uno o due ci dovrebbero essere.

LR: Ci saranno anche un paio di cover: una di Neil Young e una di Money Mark, due pezzi degli Ustmamò cantati in italiano, più ovviamente  Duty Free Rockets per intero. Suonerà tutto molto omogeneo: roots, blues, tutto un po’ sporco.

 

Pensate di continuare a suonare sempre in posti, per così dire, “intimi”, come ad esempio i teatri?

LR: Qui si va dove ti chiamano. Per me va bene tutto, basta suonare. Il posto da cento persone, va bene. Quello da duecentocinquanta va bene lo stesso; quello da quattrocento mi spaventa un po’…[ride, ndr]

 

Ragazzi è stato un vero piacere…

SF: Grazie mille. Speriamo di vederci al concerto.

LR: Vuoi una goccia di olio essenziale? [mi mette qualche goccia sui polsi, ndr] Ti aiuta in queste giornate così calde.

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