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Vacca: Della terra dei cachi e di quella di Bob

Incontrare il tatuatissimo Alessandro Vacca negli uffici della Universal, a Milano, è un’esperienza da consigliare. Permette di apprezzare la vicinanza sostanziale tra l’artista e la sua musica, in questo caso quella contenuta nel nuovo disco in studio “Pazienza”, in uscita il 19 marzo. Si va ben oltre i confini del rap e si potrebbe parlare di tutto: mai come in questo caso tornano utili i vincoli di spazio propri di un’intervista.

Ciao Alessandro, domanda obbligata: spiega il titolo del nuovo disco, “Pazienza”. Pazienza per il fatto che siamo ancora tutti qui, nonostante la profezia dei Maya?
È un titolo dato in prospettiva per quello che dovevo preparare. Dopo “Sporco”, il mio ultimo lavoro ufficiale, dovevo pensare al nuovo disco e volevo dare qualcosa di nuovo ai miei ascoltatori, in termini di stile. Sapevo quindi che mi serviva tempo per cambiare, conoscermi e vivere esperienze nuove di cui poter parlare. Ci voleva pazienza insomma, ma ho sempre avuto la possibilità di lavorare con un’etichetta indipendente che ha creduto in me, lasciandomi fare la musica che volevo.

In alcune tracce capita che venga accennato il tema della “sfortuna”. Parli dei tuoi errori?
La fortuna è una grazia, che può arrivare e toccarti. Allo stesso modo la sfortuna. I risultati me li sono guadagnati lavorando. Tra questo disco e il precedente ho fatto uscire due mixtape, un libro autobiografico e oltre trecento pezzi attraverso internet. La mia ricerca riguarda sia la musica che la persona, è iniziato con “VH” e non finisce con “Pazienza”. Ma finché non esce un disco ufficiale, che permetta di rapportarsi con l’ascoltatore e comprendere i propri errori, non si può fare il passo successivo.

Non sei “arrivato” a livello di musicista. Tuttavia, in altre canzoni accenni ai soldi finora guadagnati: da questo punto ti vista come ti senti?
Non “arrivato”, neanche in questo. Abito a Kingston, nel terzo mondo. Non è il paradiso dei depliant turistici, vedo la gente che vive nelle macchine e cerco di aiutarla a mangiare, proprio a comprarsi il pranzo. Sono cose che si pensa non riguardino la nostra società, dove la gente ritiene di avere dei problemi perché non riesce permettersi l’acquisto di uno smartphone.

In diverse intervista hai parlato della Giamaica come di una terra piagata da povertà, emarginazione e violenza. Eppure in “La terra Di Bob” l’isola torna a essere il classico luogo un po’ idealizzato, dove lo straniero si sente libero e rilassato.
A Kingston c’è un’alta percentuale di morti ammazzati e mi è capitato di vedere in strada cadaveri mutilati. Allo stesso tempo ci vivo, amo la gente e la terra, c’è mia moglie e mia figlia è mezza giamaicana e mezza sarda. Ho cambiato completamente vita. Un conto quindi è la realtà, ma stavolta ho voluto cantare una pezzo che faccia intendere quanto ci vivo bene. Questo nonostante non sia sempre facile per me, che ho deciso di tirare su famiglia e prendermi determinate responsabilità. La vita non è solo divertimento, quello è stato negli anni passati. Poi sono cresciuto.

Vivi in pianta stabile a Kingston, ma molte nuove canzoni sembrano ancorate al contesto italiano.
Il target cui mi rapporto è ampio e devo pensare a tutti quanti. Qui sta la libertà del mettere tanta musica sul web. Considero l’opinione dei miei produttori, ma per il resto vengo in Italia per lavoro e vedo lo schifo che accade da queste parti. Il mio mercato per ora è l’Italia e con l’Italia parlo, poi comincerò a cantare in patwah e allora sarò aperto al mondo. Se in Italia parlassi solo della Giamaica non credo che in molti ne sarebbero interessati, non la sentirebbero come una cosa loro. Senza considerare che sono cresciuto qui.

Registrerai quindi canzoni in patwah?
Sì. Ormai lo parlo in modo corretto e riesco ad andare ovunque. È una cosa che ho in testa e sento l’esigenza di fare sentire la mia voce fuori dall’Italia. Sarà un altro impegno che affronterò con i miei soldi, perché mi piace. A Kingston ho le mie cose, gli amici e la compagnia, cui posso fare ascoltare le mie canzoni. Ma fino ad ora c’era l’ostacolo della lingua e la gente mi chiedeva di tradurre i testi.
[PAGEBREAK] Dentro “Pazienza” sembra che i pezzi a base di divertimento e basta – fatti salvi brani come “Supermario”, “L’Ultima Volta” o “Se Tu Ci Stai” – siano sempre più alle spalle. È così?
Sì, sentirmi responsabilizzato è stato un processo naturale per me. Parlo sempre delle mie esperienze quotidiane: ho una figlia, una moglie, delle spese, una casa e tutti i pensieri e le preoccupazioni che hanno le persone normali che non navigano nell’oro. Mi fa schifo constatare come vestirsi in un certo modo e passeggiare per le vie del lusso di Milano – parlo dei rapper – faccia figo e induca i ragazzini a fare altrettanto, mentre in città ci sono persone che fanno la fame.

La canzone “Del Padre E Del Figlio” c’entra qualcosa con la tua bambina?
Ci sono dei riferimenti a lei, ma colui di cui parlo è un figlio artistico, Jamil, di cui sono il manager con un contratto di cinque anni. È un rapper di 22 anni in cui credo molto e che fa parte della mia crew.

“Il Faro E Il Mare” si distingue dagli altri brani e lo hai scelto come singolo. Perché?
Perché corrisponde alla musica che voglio fare, un po’ più matura rispetto al passato. In un album poi è normale dover bilanciare i brani e per questo ci sono canzoni come “Supermario”, che magari piacciono di più ad alcuni ascoltatori. Se una traccia non piace si può sempre mandare avanti alla successiva.

Quando sono state scritte le canzoni e in quanto tempo?
Sarà stato nell’ultimo anno e mezzo. Prima ero impegnato col libro “Pelleossa” e non riuscirei a seguire tempistiche ristrette, ho bisogno di tempo per vivere le cose. Per registrare un pezzo posso anche metterci venti minuti.

In “Resto Sempre Qui” ti soffermi sulla tua giovinezza. Non sembra che ci siano però riferimenti specifici a Milano, vorresti spiegare il brano?
I riferimenti sono all’Italia di quando ero giovane, in generale. Poteva capitare anche in piazza Duomo che tre persone – tutte italiane – ti attaccassero al muro per rubarti il portafoglio. Ora non è più così. Non è nostalgia, sono ricordi per le persone più grandi. Io mi godo ogni secondo, ma se mi guardo indietro preferirei essere nato artisticamente a “Pelleossa”, come sono adesso. La musica rispecchia le scelte di vita. O quasi.

Le influenze dance hall e reggae sono sempre presenti. Vuoi spiegare come le hai gestite in “Pazienza”?
Direi che in precedenza c’era solo la passione per dance hall e reggae. Nel vecchio disco c’erano solo uno o due pezzi su basi vagamente reggae. È una passione che va avanti da una decina d’anni e trasmessa da amici: per la nostra generazione Bob Marley è qualcosa che fa parte della nostra natura, il suo messaggio è universale e le canzoni le “senti”. Mi sono completamente fuso la testa per il reggae, gli artisti giamaicani sono pieni di idee, stile e inventiva. Dimenticavo di dire che non ascolto rap, mi limito a tenermi aggiornato su quello che succede in Italia. Questo non toglie che Fedez, per esempio, mi sia piaciuto.

Fino al 2007 hai pubblicato solo due dischi. Come facevi a campare in quegli anni?
Avevo la terza media e lavoravo all’assistenza clienti di un’agenzia. Per quello devo ringraziare i genitori di un amico con cui sono cresciuto. Dopo otto anni mi sono occupato anche di insegnare nei corsi. A un certo punto però mi sono trovato nella condizione di dovere decidere e ho scelto di provarci con la musica. È una cosa che ha bisogno di dedizione, fino in fondo, sono troppi a farlo per hobby. Nella vita è necessario soffrire, vedersi mancare il cibo nel frigorifero, fare sacrifici. Poi si può essere ricompensati in cambio dell’impegno.

Chi è Giulie Battisti, ospite in due nuovi brani?
È una ragazza di Gorizia a cui piace la black music. La sua voce mi ha colpito e mi sono fatto avanti con l’idea di farle da megafono, perché non ha ancora ricevuto l’attenzione che meriterebbe. Mi ha supportato anche nel ritornello di “Resto Sempre Qui”, dove la mia voce da sola sarebbe stata terribile.

Che tipo di riscontri ha avuto il tuo libro “Pelleossa” del 2011?
Abbiamo più che superato gli obiettivi che ci eravamo preposti. “Pelleossa” è stato per me una vittoria: sapevo già che molti ragazzi non leggono e per alcuni dei miei ascoltatori più piccoli è stato il primo volume. Un libro è come la verdura per i bambini, che viene guardata con sospetto. Bisogna però cominciare per avere le grandi soddisfazioni della lettura. I ragazzi hanno capito il messaggio: la storia normale di un ragazzo normale, con in più il suggerimento che si può inseguire la propria passione. Io ne ho fatto il mio lavoro.

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