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Valentina Lupi: Balla con Lupi

Romana, grintosa e tremendamente cerebrale, Valentina Lupi è in rampa di lancio con il suo secondo disco, dal titolo “Atto Terzo”. La Ali Buma Ye! Records “è moderatamente orgogliosa di presentare” (testuale) questo album. Il che è comprensibilmente singolare, quindi piacevole. Allora noi, seguendo lo stesso sentiero, siamo moderatamente lieti di introdurre questa poetessa della scena indipendente che ama addomesticare le parole.

Cara Valentina, benvenuta su LoudVision!
Partiamo dai tuoi inizi, nel 2000, con l’EP autoprodotto “Nel Sogno”. Che ricordo hai delle tue prime esperienze di scrittura e degli esordi nella scena romana?

Quando risento le mie prime canzoni mi viene da sorridere. Ero molto visionaria, penso all’influenza che in quel periodo hanno avuto i “poeti maledetti” nel mio modo di scrivere, ero una diciottenne alle prime armi con i sentimenti e con la musica. “Il Locale” e il “Circolo degli Artisti” furono i primi due locali che mi diedero la possibilità di suonare a Roma. La scena romana è stata sempre ricca di bravi cantautori. Io non avevo la paura che ho oggi di esibirmi e di mettermi a nudo. Ero più disinvolta durante i concerti, forse incosciente, a quell’età si pensa di essere invincibili e si ha una presunzione tale che se ci penso adesso quasi me ne vergogno. Portare in giro musica d’autore è molto difficile, credo sia stato un bene aver avuto quel carattere, altrimenti non ce l’avrei fatta. Riconosco che alcune delle tematiche delle prime canzoni mi hanno sempre accompagnata, come quella del sogno. Inconsciamente le ho riprese anche nelle seguenti produzioni, ovviamente con diversi riferimenti.

Nel 2006 arriva l’album “Non Voglio Restare Cappuccetto Rosso”. Come deve essere interpretato questo titolo?
Volevo esprimere, giocando sulla favola, il concetto di non farsi abbindolare da situazioni che all’apparenza sembrano tranquille ma che in fondo non lo sono affatto.

Hai definito Francesco De Gregori il più grande “addomesticatore di parole“. Ma anche chi scrive che “certe sensazioni diventano la costruzione geometrica dei nostri destini” non sembra essere così sprovveduto da questo punto di vista. Quali sono le condizioni a te più congeniali per scrivere i brani e come si è evoluto il tuo modo di articolare i pensieri nel corso degli anni?
Come dicevo prima, ci sono dei temi ricorrenti nelle mie canzoni, spesso scrivo colpita dalle parole di qualcun altro o da eventi che accadono intorno a me e che cambiano il mio modo di sentire. Prima scrivevo in preda alla rabbia o al sentimento del momento, pensavo che la condizione necessaria per scrivere fosse quella della sofferenza. Adesso ho bisogno di metabolizzare il dolore, di tornare ad essere serena per poter scrivere con lucidità. Il mio modo di scrivere è diventato più semplice, più diretto, forse perché adesso ricerco concretezza e schiettezza, le stesse cose che ricerco nelle persone.

Sta per uscire il tuo secondo album, dal titolo “Atto Terzo”. Puoi spiegare il perché di questa apparente discordanza numerica? Ti va di presentare questo nuovo lavoro?
Questo è un secondo album ma per me è come se fosse un terzo.
In questi cinque anni sono accadute molte cose, la mia vita è cambiata radicalmente, le persone con cui lavoro sono diverse, avevo già due anni fa un secondo album finito, ma per vari motivi non l’ho mai pubblicato, non mi sentivo pronta. Negli ultimi mesi ho scritto quasi tutto il nuovo album rendendomi conto di essere totalmente distante dall’idea delle precedenti canzoni. Per questo ho deciso di pubblicare oggi questo album. Sto vivendo un periodo molto intenso della mia vita, avverto che ogni cosa sta tornando al suo posto. Le domande che mi pongo sono le stesse che si pone Amleto nell’atto terzo shakespeariano: il senso della solitudine e dell’inganno, il disincanto, la difficoltà di esprimersi e affermarsi che si scontra con la volontà di non tacere. Questo è lo stato d’animo che ha ispirato le mie canzoni, la ricerca di un Dio interiore, di una verità, il rifiuto verso il sistema che in questo momento il mio paese vive.
[PAGEBREAK] Chi assiste alle tue esibizioni live ha modo di apprezzare l’intensità, l’energia e la grinta. Chi ascolta con la dovuta attenzione i testi delle canzoni percepisce invece il lato intimo, fragile, le debolezze messe a nudo. In merito a queste due anime: convivenza difficile o connubio perfetto dentro di te?
Si, è un connubio che mi appartiene. D’altro canto sono due anime complementari e poi il live ha un’energia in se che ti impedisce di non rimanere coinvolta. Il calore umano che ricevi dalla gente non può lasciarti insensibile se tu un minimo di sensibilità ce l’hai. Un disco invece è un’esperienza diversa, l’ascolto stesso richiede intimità e ti permette di arrivare in fondo ai concetti, anche quando lo metti in macchina a tutto volume, alla fine stai cercando un isolamento, un luogo dove riflettere sulla tua confusione.

Se potessi scegliere un’epoca, dal dopoguerra fino ai giorni nostri, per muovere i tuoi primi passi in musica, per quale propenderesti? Quale reputi sia stato il decennio più favorevole per fare musica?
È difficile dirlo, sicuramente posso dire che amo il cantautorato italiano. Fossati, Battiato, De Gregori, Paoli, Gaber, Tenco, hanno scritto canzoni molto significative nell’arco di trent’anni, sono stati specchi dei loro tempi, hanno saputo descrivere perfettamente la natura umana nelle sue molteplici sfaccettature. La sperimentazione degli anni ’70, quella del Banco del Mutuo Soccorso e quella degli Area, senza dubbio mi hanno sempre affascinata.

Quali sono gli artisti della scena musicale italiana che apprezzi maggiormente?
Oltre quelli già citati, attualmente apprezzo molto i Verdena, Il Teatro degli Orrori, gli Afterhours, Cristina Donà e i Baustelle.

Esegui qualche rituale scaramantico prima delle tue esibizioni?
No, nessuno. Ci diamo solamente un forte abbraccio con la band prima di salire sul palco.

È tempo di Festival di Sanremo, manifestazione che da anni ha perso fascino e credibilità. Quali, secondo te, le strade da battere per consentire al Teatro Ariston il ritorno agli antichi fasti?
La commissione artistica dovrebbe porre la musica al centro dell’evento. Lo show televisivo calpesta qualsiasi proposta alternativa con paillettes e donne attraenti.
Si è perso il significato della musica all’interno del contenitore Sanremo.

Chiuderei chiedendoti di lasciare un saluto in dialetto romano, perché ci piace!
Aò, se semo visti!

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