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Valeria Golino e la dolce morte

Ha ragione Valeria Golino quando descrive “Miele“, il suo esordio alla regia liberamente tratto da un romanzo di Mauro Covavich, dal 1 maggio al cinema e pronto per Cannes, come un progetto «interessante» piuttosto che banalmente «urgente o necessario» per il tema trattato, quello del suicidio assistito. Che è cosa diversa dall’eutanasia, ci tiene a precisare la neo-regista.

“Miele” è interessante perché ha una giovane protagonista indurita e misteriosa, Irene (Jasmine Trina), che un po’ per spinta morale («credo in quello che faccio») un po’ per tamponare vecchie ferite familiari, ha scelto di fare un lavoro clandestino e terribile: periodicamente va in Messico a comprare un potentissimo barbiturico per uso veterinario, torna in Italia e si reca a portarlo nelle case di chi, piegato da malattie gravi, non se la sente più di vivere ed è disposto a pagare grosse cifre pur di avere la libertà di decidere come morire. Guanti bianchi, istruzioni precise (una volta preparato il farmaco «il malato deve fare tutto da solo»), occhi gentili ma distanti, Irene sa come rendersi invisibile.

Un paziente diverso dagli altri, l’anziano Carlo Grimaldi (Carlo Cecchi), manda all’aria l’ordinato castello di bugie, raccontate agli altri e a se stessa, dietro il quale Miele, questo lo pseudonimo operativo di Irene, ha nascosto per anni il proprio ruolo di portatrice di morte.

Di più, come raccomanda Riccardo Scamarcio che ha prodotto il film a fianco della stessa Golino e di Viola Prestieri, è meglio non dire. Perché se “Miele” è così interessante lo è anche grazie al percorso del racconto, forse prevedibile — almeno da un certo punto in poi — ma appassionante.

L’istinto da attrice di Valeria Golino si percepisce nel cast, quasi tutto formato da nomi e volti noti — ci sono anche Vinicio Marchioni, Libero De Rienzo, Iaia Forte e Roberto De Francesco — non solo credibili ma davvero giusti. Fin troppo, nel caso di Cecchi.
L’affascinante ingegner Grimaldi è cucito sulla magnetica, apparente noncuranza della sua gestualità, sulle sfumature timbriche di una voce che potrebbe recitare parole a caso e riuscire lo stesso a cavarne un senso. Cecchi è attore immenso, spericolato. Ingabbiarlo in un ruolo semplicemente drammatico e che per di più gli somiglia, per quanto emozionante come quello di Grimaldi, significa posizionare una bomba nel film e poi rinunciare a farla esplodere. Non è facile assumersi veri rischi con un’opera prima e la Golino ha scelto di giocare sul sicuro: la sua regia è languida ma anche secca, innamorata del corpo di Jasmine Trinca, più rispettosa e distante verso Cecchi. A volte pedinatrice, più spesso osservatrice curiosa. Uno sguardo, se non originale, sicuramente personale.

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