Home > Recensioni > Valerian e la Città dei Mille Pianeti

Il piccolo Luc Besson è cresciuto con le avventure a fumetti di Valérian et Laureline, la serie di fantascienza nata a fine anni 60 dalla creatività dello scrittore Pierre Christin e del disegnatore Jean-Claude Mézières. Molti anni dopo, nel 1997, il Besson adulto ha portato quelle coloratissime suggestioni in “Il Quinto Elemento” ma lo stesso Mézières, coinvolto nel progetto, gli domandava: «Perché stai facendo questo? Dovresti fare Valerian!».

E oggi che la tecnologia cinematografica non mette praticamente più limiti alla fantasia, Luc Besson ha potuto finalmente girare il suoValerian e la Città dei Mille Pianeti“. Siamo nel 28esimo secolo: il maggiore Valerian (Dane DeHaan) e il sergente Laureline (Cara Delevingne) sono chiamati a scoprire il mistero celato nel cuore della stazione spaziale Alpha, conosciuta appunto come Città dei Mille Pianeti.

Luc Besson, a Roma per promuovere il film, ci ha parlato di un impianto produttivo imponente, prima di tutto dal punto di vista artistico, con gruppi di disegnatori che hanno lavorato per anni alla creazione del mondo di “Valerian” definendolo fin nei più piccoli dettagli. Il risultato finale è innegabilmente appagante, almeno per gli occhi: oltre due ore, in 3D, di cromatismi saturi, creature bizzarre, scatenate esplorazioni spaziali. L’estetica appare un po’ datata, è vero, ma la coerenza di Besson nel portarla sullo schermo è granitica.

L’impressione, però, è che la stessa cura non sia stata messa nella composizione del cast, con attori usati come bambole prive di direzione: Dane DeHaan e Cara Delevingne sono giovani e belli, ma incapaci di caratterizzare i propri personaggi (la gamma di espressioni è limitata, meccanica ed elementare), di dar forma a una storia d’amore credibile (non c’è chimica, proprio no) e a disagio anche con l’azione pura. Non se la cavano meglio i colleghi più esperti (Clive Owen, torna in te!) né un’outsider come Rihanna, a cui viene affidato un piccolo ruolo potenzialmente interessante ed evocativo ma ben gestito solo per quanto riguarda le azioni fisiche (insomma, finché la sua Bubble mutaforma balla va tutto bene, ma il personaggio resta una figurina superficiale — cosa tra l’altro non rassicurante in vista di “Ocean’s Eight”). E quando tutti recitano male, la responsabilità va cercata nella regia.

Resta in “Valerian” una storia graziosa con ambizioni pedagogiche, tra pacifismo interstellare ed ecologia, ma la noia dopo un po’ si fa sentire.

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