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Percussioni da Tiffany

Saturi di giovani band statunitensi venute su a forza di passaparola web? Disillusi da presunte “next big thing” dai piedi d’argilla che non reggono nemmeno la durata di un EP? Concedete a questi quattro neolaureati newyorkesi appena due minuti, i due minuti giusti, quelli dell’iniziale “Mansard Roof”, e riacquistate la fede: un opening fulminante, una melodia sognante e deliziosamente rétro che via via si contamina, senza snaturarsi, con ben assestati tocchi di tastiere vintage e un rullante ossessivo, quasi tribale. Se si girasse oggi il remake di una commedia sofisticata degli anni ’50, questo è il pezzo che verremmo sentire in colonna sonora.
Ma le sorprese non si esauriscono certo qui; quel tambureggiare che nel primo brano era solo un presagio si scatena pienamente in molti dei pezzi successivi, regalando a “Vampire Weekend” il suo sapore più caratteristico (e citato): musica etnica! In quest’album, un indie pop fresco e ammiccante che più WASP non si può si confonde con percussioni del continente nero e echi caraibici. Ed è senza pretenziosità né intellettualismi che i ragazzi trovano i punti di contatto tra i due mondi musicali per dar vita a gioiellini come “Cape Cod Kwassa Kwassa”, in cui i Violent Femmes fanno festa con Miriam Makeba, o il reggae finale “The Kids Don’t Stand a Chance”, che, credeteci o no, si contamina a sua volta con i barocchismi di archi e clavicembalo. Tutto questo, beninteso, senza lasciare alcuna sensazione di stucchevole sovraccarico: l’album è e rimane un prodotto intelligente e “giovane” (nel senso migliore del termine) con tutte le sonorità indie pop, indie rock e new wave al posto giusto. Si ascoltino a tal proposito “Oxford Commas” e “Campus” (con testi di chiara ispirazione universitaria), e il quadro sarà finalmente completo: ecco il miglior debutto di quest’anno e – azzardiamo – uno dei migliori album tout-court del 2008.

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