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Vocazione darkwave

Primo lavoro in studio per i Vanity, rimodernatori italiani della darkwave con qualche riflesso di gothic nordeuropeo. Nebbia e inquietudine ma niente violenza, solo suggestioni a vario grado di intensità.

Voce calda, talvolta anche alta o filtrata, e gelidi effetti si tengono per mano lungo tutto il disco, chitarra e basso inspessiscono il suono e la batteria sembra un pulsare lontano. Si va dalla delicata – praticamente sospirata, se non fosse per un cupo background sonoro – “Under Black Ice” all’incedere marcato di “Ghosts”, al climax a fine “Ruins” e avanti con brevi assaggi di doom. Le atmosfere erranti della title-track affidano la chiusura a sonorità che sfiorano il metal, sempre attenuate in prossimità del cantato.

Prima di ogni altra cosa, i Vanity colpiscono per l’internazionalità della proposta musicale: non contiene nulla che possa far pensare a spunti d’ispirazione nostrani, nulla. Lo scorrere delle tracce rivela le tante anime dei musicisti, dal metal all’indie rock inglese e, su tutto, l’amore per la new wave. È infine un disco contemporaneo e commerciale, spesso ballabile.

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Contro

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