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Vedi il Neapolis e poi muori

Un festival che giunge alla sua quattordicesima edizione ha già vinto qualunque scommessa con il pubblico, con la città che lo ospita e – soprattutto – con la musica che propone anno dopo anno. Questo 2010 la candelina è stata soffiata dal Neapolis, la rassegna musicale che riscatta il sud Italia di tutta quella magnificenza rock che pare non spettargli (per posizione geografica?).

La politica di quella macchina organizzatrice che ha il nome di Freakout e che non si ferma mai, per chi non lo avesse ancora capito, è quella che in primavera faceva il verso ai manifesti elettorali. Ecco, dunque, tra facce credibili e meno di uomini incravattati e donne con le perle che promettevano di cambiare la città, due volti d’eccezione con i nomi di Fat Boy Slim e Jamiroquai, headliners del festival. Su entrambi il consiglio “Non astenerti”.

Suggerimento accettato nelle due serate di metà luglio durante le quali l’afa ci aveva fatto credere di poter prendere il sopravvento su tutto. Invece non si boccheggia più, si respira musica. E si balla, quanto si balla!

Quest’anno a far compagnia al palco riservato ai grandi c’è il tetto del Red Bull Tourbus che ospita, tra gli altri, band emergenti come Andy Fag & The Real Men e Capitan Swing. In massa si passa da un posto all’altro, a seconda degli amplificatori accesi. E il festival acquista un’aria decisamente internazionale, quasi moltiplicando lo spazio della Mostra d’Oltremare.

Quella di The Niro e la sua musica in formato cantautoriale è la prima esibizione attesa dal pubblico, ma ad aprire le danze sul main stage nel primo giorno di festa sono i Does It Offend You, Yeah?. Carichi come dei ragazzini appena usciti dalle prove in garage, i quattro di Reading strizzano più che possono il rock acido che li ha paragonati – fin dall’esordio di due anni fa – a gruppi come Daft Punk e Justice. “We Are Rockstars”, cantavano, e lo hanno dimostrato sotto il sole partenopeo. Ai Velvet è affidato un compito ingrato: mantenere alto il tono delle chitarre riscaldate in meno di un’ora. Si affidano, però, ai successi ripescati dalle partecipazioni sanremesi e il loro live è una pausa sul prato, alla ricerca dell’ombra. Solo pochi brani, ma tutti cantati. Ecco perché Ferrantini & co. lasciano il Tourbus con in tasca, comunque, la promozione.
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E dal Sanremo di qualche anno fa ai Clash il passo – strano a dirsi – è breve. Perché quei due signori ora sul palco, con addosso una giacca che li fa sembrare i manager delle rock star più stravaganti, sono i Carbon/Silicon. Meglio noti come Mick Jones e Tony James. Insieme sono la storia della musica. Insieme hanno dato luce a questo progetto e il Neapolis lo accoglie a braccia aperte. Loro sono quelli che – per Dio! – nascondono l’elisir del lungo rock. Sono gli idoli di tre generazioni, ed è facile accorgersene alla finale “Should I Stay or Should I Go” che sembra cantata da tutta la città, persino fuori dai cancelli.

La prima serata è un crescendo, ma ogni esibizione varrebbe la pena di godersela come singolo concerto. I Gang Of Four ne sono la prova. Per la prima volta a Napoli, non risparmiano nulla della loro durezza. Il palco, per un’ora, diventa lo sfondo di una scena post punk che richiama una gran fetta di pubblico giunta qui solo per loro. Un microonde si distrugge e qualcosa ci dice che alla band londinese spetta incendiare la serata che volge alla sua parte finale: la chiusura con l’immensa discoteca diretta da mr. Cook.

Il dj-set degli Stereo MCs - non ce ne vogliano – arriva per raffreddare il pubblico: quasi un aperitivo con tanto ghiaccio offerto in quello che stasera è il locale più cool d’Italia.

E poi Fat Boy Slim. Potremmo scrivere solo il nome per farvi immaginare una miriade di sensazioni. Per farvi scorrere lo stesso sudore di chi ha ballato ininterrottamente per due ore. Se fino a quel momento il palco era lo sfondo più adatto a chitarristi, bassisti e batteristi, ora lo spazio è tutto per il dj inglese. Alle sue spalle un maxischermo che sa diventare specchio della folla. Alla consolle un artista e tutta la musica che ama plasmare a modo suo: i Nirvana, i Gorillaz, e tutti quei successi che hanno fatto la fortuna di Mtv. Di fronte a lui un pubblico che non smetterebbe mai di ballare, non stasera.

Ma nemmeno la sera successiva. Impossibile chiedere di smettere: questa seconda sera è dedicata a Jay Kay.

Sarà che qualcuno ieri si è pentito di non esserci stato, sarà che il venerdì è più facile concedersi una pausa dal lavoro. O sarà che un simile evento diffonde la voce a macchia d’olio. Ecco quindi una folla inaspettata per il secondo giorno di festival. Tanto che si potrebbe dire che chiunque legga questo articolo sia stato presente o abbia avuto un amico lì. O meglio: chiunque legga queste righe ha già sentito parlare della serata.
[PAGEBREAK] Si parte subito caldissimi sul Tourbus, con JFK & La Sua Bella Bionda. Quasi contemporaneamente i Trikobalto. I più curiosi, insomma, hanno buttato un orecchio qui e uno lì. I californiani The Morning Benders seguono a ruota libera e il festival si traveste in un’arena dove commentare il gruppo precedente è la miglior alternativa al caldo che proprio non vuole andar via. Capitan Swing e Milk White – uniche donne al Neapolis 2010 – chiudono l’avventura sul bus marchiato Red Bull e concentrano l’attenzione su quell’enorme palco che di lì a poco ospiterà l’evento dell’estate campana.

A riscaldare la folla che inizia già a dar segno di essere incredibilmente numerosa sono i Perturbazione. Un’esibizione delicata, dolce e a tratti poetica. Come il loro stile conferma. “Un Anno In Più” sembra quasi dedicata ad un festival che non smette di crescere e di splendere di luce propria in una città che qualcuno vorrebbe oscurare. Così come dedicati alla città del Vesuvio sono i live di Atari e 24 Grana. Giocano in casa e ci mettono l’anima, perché altrimenti non potrebbe essere. Il risultato ha il suono di due gran bei concerti, dai quali Di Bella esce con addosso le vesti di chi sa cantare la città, inserendo “Stai Mai ‘Cca” tra i classici di una sonorità inventata proprio da lui.

Yann Tiersen, stasera, è una perla preziosa. La sua musica fa da premessa al gran finale e diventa una chicca per intenditori. Musica e Cinema si incontrano qui e sembrano promettersi fedeltà, in nome dell’arte. Col synth in bella mostra e poche parole cantate, il musicista francese ha regalato un alone magico allo spettacolo. Ancora uno. Come se questo festival fosse giunto nel pieno dell’afa per appagare i desideri.

E poi eccolo, con le stesse piume che spuntavano dai manifesti, Jason Kay. Ecco i Jamiroquai. Sembra uscito da uno dei suoi video, con addosso una tuta e pronto a ballare. Si parte con “Revolution” ed è subito gioia, quella impazzita del pubblico che pare essersi moltiplicato solo per lui. I genitori ballano su quella musica data in prestito ai figli adolescenti: e qui lo fanno insieme. “Virtual Insanity”, “Space Cowboy”, “Cosmic Girl” si susseguono in attimi che sembrano volare. La chiusura è affidata a “Deeper Underground”, cantata all’unisono dai presenti.

Insomma, se i nomi degli ospiti musicali di questa quattordicesima edizione erano già una garanzia per la riuscita dell’evento, testare di persona quell’atmosfera è stato un piacere. Un piacere moltiplicato per ogni biglietto acquistato, per ogni ragazzo che a fine concerto è andato via in autostop, per ogni coppia nata ballando. Sì, a Napoli, e senza controindicazioni.

Come si dice? Vedi il Neapolis e poi muori.

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