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    Vegetable G

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Passato (e futuro) di verdura

Chi mai direbbe, ascoltando l’iniziale “The Cox Man”, che questo è il terzo album di una band pugliese con precedenti nell’elettronica? Probabilmente nessuno: ancor prima dei testi, è la musica a parlare l’inglese britannico degli anni Sessanta, con le sue melodie beatlesiane, le sonorità vintage, i coretti che si intrecciano. È un incipit che fa drizzare le orecchie, uno scampanante pop con la memoria al passato ma le radici fieramente piantate nei garage lo-fi della provincia di Bari. Ed è l’avvio di una bella sorpresa a nome “Genealogy”, un album pieno di personalità e idee, che riesce a non scimmiottare nessuno pur frullando esplicitamente una buona parte di quanto prodotto dal Regno Unito negli ultimi 40 anni: oltre ai sixties e alla psichedelia, riemergono tracce dei Pulp (ad esempio in “Complicity”) e dei Blur seconda maniera, quelli più trasandati, sporchi e introspettivi. Non è un caso che si parli d’introspezione: verrebbe da dire che quello che impedisce a “Genealogy” di essere solo un altro britpop wannabe (italiani che imitano inglesi degli anni Novanta che imitano inglesi degli anni Sessanta…), è proprio lo spirito pacato e velatamente malinconico che viene fuori alla distanza. Sono brani come “(May) Be Like God” e “Us” a dettare il vero mood di questo disco, con le loro atmosfere riflessive in cui, dietro al pop, fa capolino un’elettronica soffusa (ed ecco che riemergono, con classe, le origini della band). In definitiva, impresa non facile eppure pienamente riuscita per il trio capitanato da Giorgio Spada: attingere a una molteplicità di (alti) modelli e produrre un risultato coerente tanto nella forma quanto nel contenuto. I tempi sembrano maturi, le spalle abbastanza solide: dal prossimo album ci aspettiamo il colpaccio definitivo.

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