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Veivecura: Parole alle emozioni

Ciao Davide, il tuo album “Sic Volvere Parcas” sembra davvero un lavoro che stona in questa attuale società che, per la maggior parte delle cose, mira alla velocità e alla superficialità. Mentre si ascoltano i tuoi brani si prova invece la necessità di ritrovare frazioni di tempo perse che usavamo per stare con noi stessi, per fermarci a riflettere e a pensare. È questo che vuoi comunicare a chi ascolta le tue canzoni?
Questa è una società vittima dell’intrattenimento, una causa di ciò può appunto risiedere nella “velocità” della ricezione. È davvero poca la gente che riesce a capire la differenza tra intrattenimento ed Arte. In Italia non sono molti i musicisti che riescono ad affermarsi seguendo un percorso personale che tocchi estetica, critica e, come dire, spiritualità. Ora non voglio dire che io sia il paladino di queste caratteristiche, però provo attraverso un canale emotivo, che è quello della musica, a trasmettere una determinata visione dell’esistenza. Per poter comprendere, aprire gli occhi, c’è bisogno di Arte, non di intrattenimento.

Raccontaci dell’avventura che ti ha portato a suonare il piano con Moltheni.
L’esperienza con Umberto la definirei Surreale. Insomma, immagina di poter passare intere giornate con uno degli artisti che ha cambiato il tuo modo di pensare e fare musica. E in più, come per incanto, ti ritrovi a far parte degli ospiti della raccolta sui dieci anni della sua carriera (“Ingrediente Novus”). Ora non posso star qui a raccontare tutto quello che mi ha portato a lavorare con lui e i giorni passati insieme a Bologna e Milano tra prove e registrazioni, però posso dire che, dopo aver apprezzato per anni l’artista Moltheni, ho avuto l’opportunità di conoscere l’uomo Umberto, una persona speciale, profonda e produttiva.

Oltre a Moltheni la tua esperienza musicale ti ha portato a molte altre collaborazioni, per esempio con i Froben per la canzone “I Capelli Raccolti Di Annes” e con Giuseppe Terra per il tuo lavoro parallelo “Effetto Catherine”. Cos’è per te la collaborazione? Ad avere tanti progetti non si corre il rischio di tralasciare qualcosa in ogni lavoro?
La “collaborazione” è una tipologia di lavoro che ti permette di mantenere la tua personale impronta e di mischiarla con fattori esterni, ti permette di indagare i campi sconosciuti dell’Altro e allo stesso tempo ti dà la facoltà di staccarti da quel particolare universo per tornare sui tuoi territori o affrontare nuovi percorsi, in questo caso musicali. Con i Froben è nata all’improvviso, grazie a una forte e reciproca attrazione sonora. Su Myspace ho iniziato ad apprezzare i loro brani e viceversa. Poi un giorno, dopo aver caricato sul profilo delle tracce di piano registrate in low fi, mi contatta Stefano (il cantante) dicendomi di sentire l’esigenza di inserire tra le note de “I Capelli Raccolti Di Annes” la sua voce e le sue parole. La sintonia è stata immediatamente eccezionale. Il resto lo conoscete già. Ovviamente, considerata la profonda stima reciproca, sappiamo che in futuro ci sarà
modo di incrociarci ancora su palchi, sale prove e studi di registrazione. Con Giuseppe invece suoniamo insieme da qualche anno. È una persona che mi ha dato tanto, dal punto di vista professionale ed umano. Il destino ha voluto che ci incontrassimo a Pisa (dove entrambi abbiamo frequentato i corsi universitari) e che lì si sviluppassero le nostre atmosfere. Ci siamo trovati così bene nel lavorare insieme che dopo qualche mese abbiamo deciso di metter su un altro progetto, “Effetto Catherine”, duo pirotecnico in cui io suono la batteria, l’unico strumento musicale che ho studiato per molti anni, e lui il pianoforte.
Rispondo alla seconda domanda. Non penso di aver tralasciato niente in quello che ho fatto, anzi penso che sia grazie alle persone che ho citato e ad altre che mi hanno accompagnato nel percorso professionale che sono riuscito a ritagliarmi un piccolo spazio nel panorama della musica indipendente italiana.
[PAGEBREAK] Che album ti ha influenzato di più in tutte le tue scelte musicali fin dagli esordi?
Non posso assolutamente citare solo un disco, sarebbe ingrato nei confronti dei miei idoli, quindi te ne elenco qualcuno. “La Voce Del Padrone” mi diede la coscienza critica per capire che la musica non era quella che stava nelle compilation estive. “Ok Computer” me lo masterizzò Paolo, il cantante del mio gruppo storico, quando avevo 15 anni, e mi fece cagare. Poi lo riascoltai l’estate dell’anno successivo mentre asciugavo le stoviglie del B&B dei miei: rimasi folgorato. “Mellon Collie And The Infinite Sadness” è il doppio che mi avvicinò a un genere più graffiante. “Fiducia Nel Nulla Migliore” e “Cometa” mi fecero capire che la lingua italiana è la lingua più affascinante del mondo, basta solo avere buon gusto. “()” banalmente detto anche “Untitled” ha dato il via nella mia vita a tutta una serie di cose che mi ha cambiato penso radicalmente. Voglio citare anche due album più recenti, “For Emma, Forever Ago” e “A Sangue Freddo”. Spero di non aver tralasciato qualcosa di veramente importante.

Le tue canzoni sono senza la parte cantata, ne senti la mancanza? È stata una scelta musicale o c’è una difficoltà nel trovare una melodia cantata per il tuo genere musicale?
Preferisco chiamarle semplicemente musiche, o al massimo brani musicali. Per essere canzoni, appunto, dovrebbero essere cantate. La mia non è stata una scelta, non ho deciso a tavolino di produrre musica strumentale. Inizialmente ho provato a canticchiare qualcosa, ma non sui brani di “Sic Volvere Parcas”, ero in una fase primordiale del progetto VeiveCura in cui mi sbizzarrivo a trovare anche delle soluzioni elettroacustiche, ma il risultato non mi appariva soddisfacente. Poi mi sono concentrato sui brani che conoscete e penso proprio di aver fatto la giusta scelta. Per il futuro, credo di aver raggiunto la maturità giusta per provare a dire qualcosa anche con le parole. Oltre a brani strumentali, al momento sto lavorando ad alcune tracce che si prestano molto all’utilizzo della voce, perché non tentare?

Alcune tue canzoni come “Eri Ieri”, soprattutto nella versione diciamo così elettronica, suscitano davvero delle emozioni grandissime. Cosa passa nella testa di un compositore quando scrive un pezzo? Ha la sensazione di creare qualcosa che può colpire l’ascoltatore oltre che per chi la scrive?
Sulla versione elettronica di quel pezzo non la penso esattamente come te, la vedo un po’ troppo anni ’80 per certi aspetti. Preferisco di gran lunga la versione del disco, ma ovviamente mi fa piacere che anche quella sia apprezzata! Potrei dirti che nella mia testa passano una miriade di cose nell’atto di comporre una musica, ma ciò non corrisponderebbe a verità. Ad esser sincero, non passa niente nella mia testa quando mi siedo al piano per sperimentare una cellula sonora. Succede solo qualcosa di magico per cui poggio le dita sui tasti e riesco ad entrare in sintonia con quell’oggetto divino. È come se lo strumento diventasse me e le note fossero il suo modo di comunicare, come io comunico a gesti e parole. È alchimia. Mi chiedi se ho la sensazione di comporre qualcosa che possa colpire gli altri… Beh, la sensazione c’è sempre, ma solo perché in quei momenti non riesco a pensare a Me e agli Altri come due entità separate. La musica è comunicazione, con me stesso e con ciò che mi circonda, la vedo come un’immensa Unità.

Senza la musica cosa sarebbe Davide Iacono?
Sarei una persona più concreta, forse meno frustrata (chi sa può comprendere), con meno sogni e probabilmente più soldi.. poi non saprei.
Grazie a LoudVision per questo momento di approfondimento e per la disponibilità.

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