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  • Velvet Revolver: Contraband

    Velvet Revolver

    Data di uscita: 20-06-2004

    Loudvision:
    Lettori:

Gli indimenticabili del rock anni ’80-’90

Scott Weiland e Slash nel ventunesimo secolo: dieci anni fa in molti avrebbero dato per scontato una carriera longeva per entrambi, ma certamente non prevedendo così tanta latitanza. Che genere di opera creativa può uscire dai due, e il modo in cui anche il sound è impostato in questo disco, nessuno lo avrebbe mai immaginato, ed è sicuramente fonte di curiosità. Via il velo dunque: “Contraband” è un lavoro maturo, un prodotto della scuola pluriennale che questi musicisti hanno alle spalle, di una classe piuttosto fredda, che graffia e che si propone apprezzabilissimo nella tecnica. I generi a cui obbedisce è il classic r’n’r dei Guns N’Roses, l’hard rock, qualche piccola influenza di rock psichedelico stile Stone Temple Pilots e le contaminazioni blues che da sempre hanno caratterizzato la tecnica di Slash, che costruisce sulle sue scale minori una ritmica dinamica, facilmente assimilabile e discretamente efficace nella potenza.
Ciò che tutti prima di “Contraband” hanno visto-udito è il singolo “Slither”; la canzone fa buona rappresentanza dei brani di hard rock melodico proposti nel full length. Ritmica aggressiva ma che si fa ammirare, rallentamenti dagli egregi lavori di rifinitura chitarristici, e uno Scott Weiland sicuramente gradevole e in grado di dare il timbro ai pezzi, ma che fa un po’ il lezioso. Avrei di sicuro gradito qui, e in generale in tutto il disco, un’interpretazione più sfaccettata, anche se siamo comunque in linea con la qualità vocale di “Core” degli Stone Temple Pilots. Per tutta la prima parte del disco abbiamo brani particolari e ben distinguibili per le rispettive melodie portanti, tuttavia il songwriting si mantiene strutturalmente sullo stesso stile del singolo. Continuiamo l’esplorazione di “Contraband”: la opener “Sucker Train Blues” con il suo basso spavaldo e una ritmica solida, arrangiata con mestiere nonostante non suoni proprio come aria fresca, prende il via con la volontà di essere travolgente e capace di dialogare con il coinvolgimento dell’ascoltatore, moltiplicando i tocchi e gli accordi di rifinitura ogni volta che si senta necessità di maggiore tensione. Gli assoli alla Slash sono nel bene o nel male inconfondibili, ma fa sempre piacere sentire sotto questo aspetto un’attenzione alla coerenza nei confronti del pezzo (a volte vero e proprio sentimento) e non semplice virtuosismo. Più rock n’roll e smaliziata la successiva “Do It For The Kids” che comunque regala nel refrain un leggero velo nostalgico. Il primo dato di fatto è questo dunque: “Contraband” nei suoi momenti di rock pesante non vuole essere eccessivo, né ha la pretesa di suonare estremo. Qui il rock non dimentica mai il suo dovere di essere espressivo, al massimo graffiante, ma viene trattato prima di tutto come una forma raffinata che si concede a meditazioni anche più lente. I refrain sono spesso culminativi nell’intensità del songwriting dei brani, come dimostra la disinvolta e carismatica “Big Machine”: il verse è costruito su batteria e basso e feedback chitarristico, una dinamica e immediata metrica del testo che, con le tonalità, cresce nel chorus, il quale si forgia di melodia solida e frequenti cambi.[PAGEBREAK]I brani lenti, le ballate acustico-elettriche sono presenti in piccola quantità ma hanno il pregio di rendere l’ascolto più vario, specie a chi si satura facilmente con ritmi sostenuti e ritmica potente. Il primo che incontriamo sarà il prossimo singolo: “Fall To Pieces”, dall’arpeggio melodico nell’intro di inconfondibile scuola Guns. Non c’è però da preoccuparsi: non ci sono facili sentimentalismi, facili lusinghe per l’orecchio, né la chitarra elettrica tarderà ad appesantire il pezzo. La melodia è poco più che minimale, il chorus è energico, tende quindi a liberare la sua tensione prolungandosi su un fraseggio chitarristico molto intenso. Qui Slash mostra il suo talento di chitarrista emozionale con assoli che si installano bene nel mood del brano. Si prosegue con “You Got No Rights” che acquista vigore con un lento crescendo dall’acustico all’elettrico, agevolato dal forte carattere recitativo del verse. L’esperienza di questo album si conclude con il brano “Loving The Alien”, che forse concede davvero troppo sentimentalismo ma suona anche dannatamente bene. L’impressione al di là di tutto è che il gruppo c’è, non è affatto un assemblaggio di musicisti, fatta eccezione per l’interpretazione di Scott Weiland che proprio nei suddetti brani semi-acustici è mancato a mio parere delle sue tonalità più ruvide che avrebbero dato maggior risalto alla loro anima.
“Contraband” è distaccato e disinvolto, di mestiere, solido e con buone invenzioni. Un disco della old-school che spazza via la mediocrità che ha girato in questi ultimi anni nel campo del melodic rock, nato da una combinazione di fattori strutturali ed elementi contingenti. Ma che dovrà anche vincere in futuro la sfida di rinnovare sé stesso, mettendo in gioco la bravura a sperimentare degli artisti che formano questa band già avvantaggiata dall’aver trovato intesa.

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