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Venezia 75 – Un commento ai premi

Ci siamo presi, rispetto al solito, un paio di giorni in più prima di commentare il palmarés di Venezia 75, perché le riflessioni che scatena e può scatenare questa lista di premiati vanno un po’ oltre la mera riproposizione di felici e delusi, delle preferenze proprie soddisfatte o ignorate.

Ci sarà spazio anche per quello, naturalmente, ma preferiremmo partire da tre questioni principali: la querelle Netflix/sale cinematografiche, le polemiche intorno a “The Nightingale” di Jennifer Kent, di conseguenza la lettura della situazione attuale rispetto alla sempiterna (cinematograficamente parlando) “battaglia dei sessi” emersa dai film della Selezione Ufficiale della Mostra 2018. I maschi stanno perdendo, e di brutto.

Riassumiamo brevemente per chi magari in questi giorni non ha seguito, per chi si è ritirato sulla Luna al seguito di Neil Armstrong e del (deludente, viste le alte aspettative) “Primo uomo” di Chazelle: il Leone d’Oro della 75ma Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia è stato assegnato a “ROMA” di Alfonso Cuarón, il film più generalmente apprezzato del Concorso, pronosticato come favorito fin dai primi giorni, a partire dallo scorrere dei titoli di coda della proiezione anticipata per la stampa. Quindi tutto bene, no? Nemmeno per sogno. Scansate le polemiche relative all’amicizia fraterna di Cuarón con il Presidente di Giuria Guillermo Del Toro grazie all’innegabile qualità del lavoro, è partita una battaglia di commenti, comunicati e partigianerie varie relative al fatto che sia una produzione Netflix (ma il film non è nato su commissione, la grande N è subentrata in seguito), e quindi in partenza non destinata alla proiezione in sala, ad essere insignita del premio maggiore in una manifestazione che si fregia di portare il titolo di “Mostra”, relativa alla Settima Arte.

Non sarebbe la prima volta di un mancato approdo in sala del Leone (grida ancora vendetta il caso del film di Lav Diaz, “The Woman Who Left”di due anni fa), ma il pianto greco delle associazioni degli esercenti (non tutte, e non tutte negli stessi termini) non aiuta a risolvere la situazione, semmai a complicarla. È completamente inutile avere delle posizioni passatiste rispetto al nuovo che (inevitabilmente) avanza, ed arroccarsi quindi in granitici NO alla politica produttiva del colosso americano, ma alcune cose vanno osservate. La più importante di tutte, per me, è SEMPRE relativa alle ricadute politico/sociali delle (ormai nemmeno più tanto) nuove modalità di fruizione. La faccio breve: verissimo è che, al costo di un biglietto cinematografico serale e del weekend, Netflix mette a disposizione del proprio utente un mese del proprio catalogo, ma mutano profondamente, da utente a utente, le CONDIZIONI di visione. Al cinema siamo tutti uguali, a casa una maggiore disponibilità economica permette di avere schermi e impianti audio di maggior livello. Al popolo le brioches, ma su laptop e schermetti. Il senso della visione collettiva, per me (abbandono per l’unica volta il noi redazionale), è anche questo: in sala non esistono palchi riservati, posti a prezzo maggiorato o agevolazioni varie, si compra un biglietto e il primo che arriva sceglie.

Dobbiamo abbandonare quest’argomento, che ha già preso tanto, forse troppo, dello spazio concesso a questa riflessione, per parlare degli altri premi, cominciando, come s’anticipava in sede d’introduzione, dal Premio speciale della Giuria conferito a “The Nightingale” di Jennifer Kent, da tanti ritenuto eccessivo per un’opera che non ha trovato molti estimatori al Lido.  Da qui, però, molti sono subito saltati a conclusioni affrettate e senza nessuna base di realtà, come ritenere il premio un “risarcimento” per la vergognosa vicenda dell’insulto urlato a gran voce da un giovane accreditato durate la proiezione in anteprima. Si può ipotizzare, invece, in maniera forse ancor più velenosa, che la menzione della Giuria venga spesso usata come “riserva indiana” per premiare la (spesso unica) regista in competizione, come già accadde per “The Bad Batch” della Amirpour un paio di edizioni fa. Molto più giusto il premio Mastroianni consegnato al coprotagonista del film, Baykali Ganambarr, stolido e fedele aiutante della nostra (anti)eroina.

E invece un Festival completamente al femminile non avrebbe meritato un’ulteriore sottolineatura didascalica di questa tendenza nel palmarés perché, “ROMA” e il suo matriarcato protagonista a parte, anche gli altri film premiati sono assolutamente sbilanciati su sguardi femminili (“The Favourite”) al potere e sul “femminino” che contagia anche eloquio e comportamenti di cowboy in via di ridefinizione (“The Sisters Brothers”, ironico e chiarificatore sulla questione fin dal titolo). Due premi, dunque, per “La favorita” di Yorgos Lanthimos, Gran Premio della Giuria e Coppa Volpi per Olivia Colman, quest’ultimo davvero scontato e meritato, polo attrattivo dello splendido terzetto di protagoniste, insieme a Rachel Weisz e Emma Stone. Un Lanthimos più addomesticato e voglioso di legittimazione internazionale presso pubblici più vasti, ancora sovrabbondante con lo stile registico per larghi tratti, ma capace di orchestrare un “Eva contro Eva” d’indubbia classe, che si sgonfia terribilmente nella seconda parte ma regala almeno un’ora di cinema di buonissimo livello.

Per quanto riguarda “The Sisters Brothers” di Jacques Audiard, il premio alla regia è l’unica sorpresa, in quanto non ci sembra quella la peculiarità distintiva del film. Che ci è piaciuto molto per il suo unire western e commedia per poi virare sul dramma, presentandoci due coppie di fratelli/amici, due “bromance” innovative per tratti caratteriali e spunti dialogici, terribilmente incerto nella chiusura affidata a finali multipli non sempre calibrati. Ma un esperimento produttivo interessante, che unisce cinematografie, attori e scuole diverse,un tentativo di affrancamento dagli sterili “europudding” di confezione degli ultimi tempi. Non strepitoso, dunque, ma di sicuro promosso con ampia sufficienza.

Sorvolando sulla scontata Coppa Volpi al gigione Willem Dafoe di “At Eternity’s Gate”una piccola riflessione crediamo la meriti il Leoncino d’Oro assegnato dagli studenti delle scuole di cinema a “Opera senza autore” di Florian Henckel von Donnersmarck. Un romanzone popolare, di confezione magari impeccabile, ma il rappresentante del cinema più vecchio e stantìo che si possa trovare all’interno della competizione. Se persino i giovani compiono scelte prive di rischio, come ci si può aspettare da una giuria di registi e attori un premio al coraggio di autori nuovi come Brady  Corbet (“Vox Lux”) e meno nuovi come Shinya Tsukamoto (“Killing”)? Anche l’Osella per la miglior sceneggiatura, consegnata ai fratelli Coen, avrebbe forse potuto premiare i dialoghi ritmicamente brillanti scritti per “Doubles vies” da Olivier Assayas. 

A chiudere, il capitolo italiani, tre nomi “importanti”, nessun premio. Per chi vi scrive, delusioni forti e fortissime da autori nazionali perlopiù adorati. PESSIMO Minervini, non particolarmente armonici e coerenti i film di Martone e Guadagnino, che hanno però avuto anche legittimi apprezzamenti, anche all’interno della nostra redazione. C’è da lavorare, anche perché il film di Guadagnino, il più atteso e il migliore dei tre, parla lingue e usa soldi internazionali, il marchio “Suspiria” avrà legittimamente il suo peso, e non è di certo ascrivibile interamente al nostro cinema. C’è da ripartire, in ogni campo, culturale, infrastrutturale, politico. Speriamo che tra dodici mesi, per la Mostra edizione 76 per la quale vi diamo fin da ora appuntamento, la situazione possa essere già mutata in qualche modo. C’è bisogno del contributo di tutti, noi, nel nostro piccolo, ci siamo.

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