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Venezia 71: da Costanzo junior a “Ballando con i sorci”, il diario del 31 agosto

Si può iniziare una giornata festivaliera col giusto spirito sapendo che partirà con “Hungry Hearts“, nuovo film del figlio di Maurizio Costanzo? No, direte voi. E’ vero che le colpe dei padri non ricadono sui figli, ma insomma… Partendo da queste premesse e con questi preconcetti, sbagliati ma rafforzati dal ricordo del dimenticabile “La Solitudine dei Numeri Primi” tratto dal romanzo italiano più brutto e più venduto del decennio (e vincitore del premio Strega, i giurati avranno ampiamente abusato di cicchetti dello sponsor per l’occasione), pensate la mia sorpresa nel trovarmi di fronte a un film coraggioso, attuale, citazionista e, cosa che non guasta mai, splendidamente girato. Cosa avrebbero pensato Hitchcock e Dario Argento dei vegani, si è chiesto il regista? Alba Rohrwacher sta per partorire un figlio: la sua relazione con Adam Driver (sì, lui, il divertentissimo folk singer di “A Proposito di Davis” dei Coen e annunciato nuovo cattivo del settimo capitolo di “Star Wars” prossimo venturo), l’amore che sboccia improvviso in una toilette (e continua fino al matrimonio) occupa tutta la prima parte del film, per me la più debole. Può un nascituro crescere sano senza latte e derivati della carne? Pare di no. Tutto nasce da un sogno premonitore, e si trasforma nel finale in un thriller totalmente inaspettato. Ottimo Nicola Piovani alla mutevole e mai ingombrante colonna sonora, bravo Driver (meno la Rohrwacher, ma probabilmente è un problema mio) ma soprattutto un eccellente Saverio Costanzo dietro la macchina da presa. I movimenti di macchina, i grandangoli, i fish-eye all’interno dell’angusto appartamento newyorkese della coppia sono da manuale,  Inappuntabili gli italiani in concorso a Venezia fino ad ora (aspettando il Leopardi di Martone, che forse non riuscirò a vedere). Due inviti a Saverio: smetti di scrivere i tuoi film e trova uno sceneggiatore e non vergognarti, per il prossimo progetto, di buttarti su un film di genere vero e proprio. Vuoi essere il nuovo Argento? Lo spazio c’è, prenditelo e togli i destini del thriller/horror italiano dalla mani di Zampaglione e Albanesi, facci il piacere. Un’ultima cosa, il film è completamente recitato in inglese, il cast è anglofono a parte la Rohrwacher, gli auguriamo una distribuzione internazionale di rilievo.
Nel primo pomeriggio, appuntamento con la storia del cinema. A un metro da me, sua maestà cinefila Peter Bogdanovich piomba in sala Casino a presentare “One Day Since Yesterday: Peter Bogdanovich & the Lost American Film“, documentario a lui dedicato dal regista Bill Teck. Un’opera diseguale, appassionata, che stenta a partire ma che poi decolla con gli incredibili retroscena legati alla realizzazione di “E Tutti Risero”, film maledetto dalla gestazione che meriterebbe per essere raccontata una pellicola a sé stante dedicata (e l’ha parzialmente avuta, “Star 80″ di Bob Fosse). Dorothy Stratten, la protagonista, amante di Bogdanovich, che viene uccisa dal marito geloso, il film rifiutato da tutti, Peter che compra i diritti del suo film per distribuirlo da solo e va inevitabilmente in bancarotta. Altra cosa importante che emerge: Bogdanovich è il primo regista star, l’antesignano di Tarantino. I trailer dei suoi film lo mostrano intento a girarli. Cresta dell’onda che pagherà cara poi. Ma questa è un’altra storia. Se siete appassionati del regista americano, degli anni Settanta e della New Hollywood, dovete assolutamente recuperarlo.
Ci si mette in fila per il secondo film della figlia di Michael Mann, Ami Canaan, in concorso a Orizzonti, e si scopre una vera chicca organizzata dall’ufficio stampa. Sulla terrazza del Palazzo del cinema, una band suona estratti della colonna sonora. Un folk solido, robusto, come il film che lo contiene, “Jackie & Ryan“, una ballad in forma cinematografica. La Mann dirige già con il passo e il respiro della classicità “amerikana” e si riconcilia con la provincia americana, inferno sulla Terra nel suo precedente “Le Paludi della Morte”, già molto buono ma forse troppo debitore dell’influenza paterna. Da queste parti, invece, Michael Mann non è mai arrivato nemmeno di striscio. Una storia d’amore semplice, pura, mai smielata, abitata da personaggi ben scritti: non si grida al miracolo, ma nel finale di questo folk/movie perfettamente aderente ai miei gusti narrativi e musicali ci scappa anche la prima lacrimuccia di questa edizione della Mostra.
Ci sarebbe tanto da dire, tanto da fare, ma Giove Pluvio decide di metterci i bastoni tra le ruote. Sul Lido si scatena un vero e proprio acquazzone con tanto di tuoni e fulmini che mi costringe a tornare verso casa con il solo riparo di una copia di “Repubblica” sulla testa: poi mi dicono che i giornali cartacei hanno fatto il loro tempo, provate un po’ a ripararvi con un tablet … Mi fanno compagnia lungo una strada una simpatica combriccola di ratti grossi, ma veramente grossi: evidentemente le fogne erano colme, e la popolazione sorcistica tutta ha deciso di andar fuori a fare una passeggiata. Madonna quant’erano grossi, comunque. Prima o poi, quando decideranno di salire fuori tutti, conquisteranno il mondo, poi non dite che io non ve l’avevo detto. Urgono una trentina di docce calde consecutive, sono zuppo marcio. Domani Von Trier, Gitai, Tsukamoto, tanta roba; rimanete sintonizzati.
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