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Venezia 71, da Ninetto Davoli sull’autobus al piccione di Roy Andersson

Comincia il conto alla rovescia al Lido per il “Pasolini” di Abel Ferrara, che passerà tra due giorni, e le avvisaglie si vedono fin da questa mattina. Salendo sull’autobus che porta alla Mostra trovo due veneziani che imprecano contro un vecchietto che non riesce a obliterare il biglietto. Chi è questo vecchietto? Ninetto Davoli.

Ora, chiariamo le cose: Venezia è l’unica città d’Italia in cui il biglietto non si timbra ma si passa davanti alla macchinetta, e questa cosa può richiedere qualche attimo per essere compresa. Io stesso il primo giorno ho dovuto chiedere lumi ad un’autoctona, che schifata mi ha fatto vedere la procedura. Datevi una calmata tutti! E lasciate stare Ninetto, soprattutto, che è un grande. Nel film di Ferrara verrà interpretato da Riccardo Scamarcio ma prima d’inorridire sospendiamo il giudizio, se ne riparla dopo aver visto il film che è meglio.

Mattinata che inizia benissimo grazie a Roy Andersson, in concorso con il suo “A Pidgeon Sat on a Branch Reflecting on Existence” (qui la nostra recensione), in pratica “Un piccione appollaiato su un ramo riflette sull’esistenza”, ultimo capitolo della trilogia del regista svedese dedicata alla morte.

Una serie di schizzi, frammenti, quadri compositivi ispirati alla pittura del fiammingo Hans Bruegel, abitati da personaggi tragici impegnati in situazioni esilaranti, un paradosso esplicitato da una battuta alla fine del film stesso: “È giusto divertirsi usando le altrui miserie?“. E la risposta è sì, una risata ci seppellirà tutti, divertiamoci finchè è possibile.

Una folle commistione tra i Monty Python e Aki Kaurismaki, ma in realtà un film perfettamente in linea con la precedente produzione del veterano scandinavo. Tanti i passaggi da antologia: le tre morti iniziali, il musical per ottenere un grappino, una folle macchina jodorowskiana che usa schiavi di colore arrosto per produrre musica. Le persone felici sono sempre dall’altra parte della cornetta telefonica, e chissà se poi lo saranno veramente. Si ride sardonicamente delle miserie umane, una delle tipologie cinematografiche che preferisco in assoluto.

E soprattutto, Andersson tiene la macchina immobile e lavora con il campo, con gli arredi, uscendo dalla moda imperante di questo Festival, la macchina a mano che entra nella scena e segue ballonzolante i personaggi: veramente non se ne può più. Speriamo davvero vinca qualcosa, quantomeno per assicurargli una distribuzione italiana.

A seguire un film brutto, e non perdiamo nemmeno troppo tempo perchè non è nemmeno un brutto totale come l’osceno De Maria, ma un brutto inutile. Il gallese “Bypass” di Duane Hopkins, in concorso a Orizzonti, sembra un film tremendo di Ken Loach diretto da Danny Boyle ubriaco (quantomeno più ubriaco del solito).

Ad un ragazzo succedono tutte le sfighe della Terra: genitori morti, fratello in galera, ragazza con gravidanza indesirata, lui affetto da una grave malattia. E no, ditelo al selezionatore Barbera, questo è un Festival sadico che si accanisce sui personaggi. Al più fortunato di tutti capita solo di rimanere senza casa, ma è tutto un florilegio di bastonate verso i nostri poveri protagonisti Più commedie e film di genere per il prossimo anno, facci il piacere. Tornando in Galles, invece, il vero problema è che un filmetto “working class” viene girato con uno stile ostentato e invadente da seggiolate nel muso. Hopkins ha una lunga barba “hipster”, come si (ri)dice oggi, datemi un fiammifero acceso e al resto penso io.

Turco esordiente in Concorso, “Sivas” di Kaan Mujdeci (qui la recensione), e qui i problemi continuano e semmai si amplificano. Facciamo una breve premessa: se c’è una cosa che non sopporto al cinema sono i film con protagonisti un ragazzino e il suo animale, specialmente cane. Trovatemi un capolavoro con questa tipologia di protagonisti, e vi pago da bere per un mese (no, “War Horse” di Spielberg non vale).

Poi non si è mai vista una proiezione del Concorso con i sottotitoli in italiano ridotti in questa maniera, Google Translate avrebbe fatto un lavoro migliore. Il film è pieno di turpiloquio anche pesante (d’altronde non si dice forse “bestemmia come un turco”?, ok, scusate, è l’ora tarda) tradotto in maniera comica. Il lord inglese che è in me m’impedisce di precisare, ma sono convinto che metà delle incredibili espressioni offensive siano puro frutto della fantasia del folle traduttore che, per non farsi mancare nulla, ha anche piazzato qualche battuta in francese: ma sì, mi sembra giusto, se figura di cacca deve essere, che sia epocale.

Il protagonista funziona, è un ragazzino dodicenne con più palle della metà della popolazione italiana, io lo voglio come mia guardia del corpo personale. Pasce capre con un fratello maggiore che lo ingiuria in maniere inusitate, ma ne abbiamo già parlato (ok, una almeno ve la devo dire, un bel mattino al posto del buongiorno lo apostrofa con “va a ficcare la tua faccia di merda frocia (?) nel culo di una capra” e lui replica “buongiorno anche e lei, milord”, no scherzo, ma solo con la risposta, ve l’assicuro).

Gli amici del padre sono un consesso di intellettuali che s’incontrano  giocando a robe assurde, emettendo peti e vabbè, avete capito. Ci sono delle gare di combattimenti di cani, il ragazzino se ne prende uno ferito, lo cura e il prosieguo potete immaginarlo tutti. Davvero singolari i combattimenti di cani “etici”: l’elenco delle regole porta via tre minuti buoni. Perchè mandare un esordiente al macello in uno dei concorsi più importanti al mondo con un film così? Solo per omaggiare il centenario del cinema turco che ricorre quest’anno? E non bastava come omaggio la Palma d’Oro di Cannes a Nuri Bilge Ceylan? Misteri delle selezioni festivaliere…

Sull’ultimo film della giornata non si scherza più, si può solo applaudire. Fuori concorso, chissa perchè, “Revivre” di Im Kwon-taek. Vi rimando alla recensione, io sto ancora piangendo. Ma domani, se mi seguirete ancora, smetto, ve lo giuro

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