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Venezia 71: da Renato De Maria a Ramin Bahrani, il diario del 28 agosto

È un diario che inizia in ritardo, e qui potete tranquillamente lanciare strali e improperi contro il sottoscritto, ho le spalle larghe (anche troppo) e me li prendo tutti. Sono sbarcato al Lido di Venezia con un giorno di ritardo, oggi per me è giovedì, e Venezia 71 è iniziata ieri.

Ma la redazione di LoudVision era qui fin dalla preapertura e non vi siete persi nulla, davvero nulla, di questo inizio di concorso.

Per quanto mi riguarda, dopo l’esperienza di Cannes, riapro ufficialmente da oggi le mie “cronache di un on(mod)esto recensore in diretta dalle rassegne cinematografiche più fiche della Terra”. Se mi seguirete, sarà un bel viaggio. Se mi avete già seguito a Cannes, sapete già cosa aspettarvi, quindi potete continuare a leggere queste righe o abbandonarle subito.

Come giustificazione per il giorno perso, posso solo allegare alla presente il certificato medico. Se non vi fidate, se temete falsificazioni, non credo che i miei genitori accetteranno di accompagnarmi per comprovare la cosa, ma ci posso provare. Ma poi, perché dovreste fidarvi di loro più che del sottoscritto? Non li conoscete nemmeno…

L’arrivo alla stazione veneziana è sempre emozionante. Basta mettere un piede sulla scalinata che porta a piazzale Roma e il senso di straniamento è immediato. Credo sappiate che a Venezia ci si muove sull’acqua, no? Fuori dalle romanticherie, però, questo però dà vita a un ricatto bello e buono. Non c’è alternativa. Non si può andare a piedi. Si è obbligati a prendere i vaporetti, ogni viaggio dei quali ha prezzi abbastanza esorbitanti. E non pensate di mettere una muta nello zainetto e andar via a stile libero, perché basterebbe solo toccare quell’acqua per prendere una leptospirosi fulminante, come faceva dire Carlo Verdone al suo professor Raniero in “Viaggi di nozze”. Ora, spero che questo non sia del tutto vero.

L’acqua del Canal Grande abbastanza mossa ha sollevato onde per tutto il viaggio, con schizzi copiosi che investivano ogni cinque minuti il ponte della navicella. Sono stato costretto a un frettoloso ritiro sottocoperta, al terzo schizzo di acqua fredda e putrida ho pensato fosse meglio cercare di arrrivare asciutti al Lido. Da notare il compostissimo aplomb britannico (ma più che altro veneto) con il quale i veneziani rimangono impassibili di fronte agli scrosci d’acqua che i vaporetti sollevano. Una ragazza al mio fianco ha continuato imperterrita a leggere il suo libro, senza nemmeno cambiare posizione: l’acqua ha preso lei, ma NON il libro. Commovente il rispetto della laguna per la cultura.

E si sbarca al Lido, dunque, la sede ultrasettantennale del Festival più antico del mondo. Perché il festival non si svolge a Venezia, per chi non lo sapesse, ma nella sua appendice balneare. Il Lido ha le caratteristiche di un classico borgo marino, lungomare alberato, case basse di due piani al massimo, anziani con il cane, anziani in bicicletta, anziani dovunque. L’impressione è che rappresenti una sorta di “buen retiro” della borghesia veneziana, dove le famiglie abbienti con le case al mare vengono a rilassarsi nella stagione estiva. Ma è davvero giunta l’ora di parlare di cinema, sul contesto ambientale torneremo nei prossimi giorni.

Con il primo film visto, però, non si parla di cinema. Né di arte in generale. Forse si parlicchia di musica. “La vita oscena” di Renato De Maria (qui la nostra recensione) è programmatico fin dal titolo, una roba oscena appunto. Dal romanzo autobiografico di Aldo Nove, liberamente adattato. Il protagonista è un adolescente interpretato dal francese Clement Metayer (lo avevamo molto apprezzato nel riuscito “Qualcosa nell’aria” di Olivier Assayas) che attraversa in stato di semicatatonia un film in cui non apre bocca pur essendo in scena dal primo all’ultimo minuto.

Perché lui parla in voce off, in una sorta di continuo soliloquio (che vorrebbe essere) introspettivo, e la voce è di un Fausto Paravidino mai così irritante. Ma ancora più irritanti sono proprio le parole pronunciate, un misto di citazioni poetiche, banalità d’accatto, ripetizioni ossessive che vorrebbero sottolineare i concetti e invece provocano puro fastidio. Alcuni passaggi sono già candidati di diritto allo scult assoluto. Si sentirà mai più in questo Festival qualcosa di simile a “meglio una mamma coi capelli astronautici, che una mamma morta”? A un certo punto il nostro tossico skateboarder comincia a pregare Dio che il tormento finisca, ed è l’unico momento in cui tutta la sala si trova in piena sintonia con lui. E invece siamo solo a metà.

De Maria cerca di fare qualcosa a metà tra un agggiornamento di “Trainspotting” e un remake del suo “Paz” in salsa psichedelica. Ma sbaglia tutto, i toni, la seriosità della messa in scena, la ridda di minivideoclip che la (non) narrazione diventa a un certo punto (tra l’altro copiati, gli appassionati riconosceranno senza problemi “Bitter Sweet Symphony” dei Verve e “Ray of Light” di Madonna, tra gli altri), i rigurgiti moralistici ributtanti in un film che vorrebbe essere provocatorio.

Questo forse è l’aspetto più irritante: De Maria è su un piedistallo, giudica senza affezione, senza alcuna empatia per la materia narrata, rimane lontano da ogni rischio. L’impressione è quella di un film diretto ai giovani, che dovrebbero identificarsi nei patimenti esistenziali di questo demente che cerca invano di uccidersi senza riuscirci (purtroppo), ma il linguaggio non è per niente moderno, non è nemmeno postmoderno, è solo ammuffito, come quando vostro nonno prova a spiegarvi qual è il modo migliore per farvi un selfie (non lo fa, vero? Altrimenti ospizio IMMEDIATO). Vorrei davvero ricevere messaggi da 16/20enni all’uscita del film, voglio capire cosa ne pensano loro. Perché magari ha ragione De Maria, e all’ospizio ci vado io. C’è una cosa da salvare, ed è la colonna sonora, composta da un ensemble di primo livello (Riccardo Sinigallia-Gianni Maroccolo-Vittorio Cosma-Max Casacci) e che funziona sicuramente meglio, proverò e vi saprò dire, senza le immagini.

A fine proiezione applausi pochi , qualche fischio, tante pernacchie (è la prima volta a mia memoria) e un urlo dalla prima fila che è già pura epica: “Ma vai a raccogliere le banane in autostrada!”, l’improperio nonsense rasenta il sublime. Nella delegazione anche Isabella Ferrari, nel piccolo ma importante ruolo della mamma hippie devota della Madonna, compagna del regista e ormai abbonata alle reazioni “controverse” nei festival nostrani dopo l’indimenticabile proiezione stampa di “E la chiamano estate” di Paolo Franchi a Roma un paio d’anni fa.

Subito dopo, ancora nella rinnovata sala Darsena (ma non apro più parentesi perché mi son già dilungato fin troppo, ma questa è una parentesi, accidenti), il primo film in Concorso che ho il piacere di vedere, ed è il buon “99 Homes” di Ramin Bahrani, scritto, tra gli altri, da Amir Naderi, al Lido anche con un documentario sul grande Arthur Penn che dicono sia mirabile, io purtroppo l’ho irrimediabilmente perso. Vi rimando alla recensione, qui mi limito a sottolineare proprio lo script, calibrato con il bilancino, anche troppo forse.

“99 Homes” ha tutti i crismi della produzione hollywoodiana di denuncia, un vero e proprio sottogenere (pensate ad “Erin Brockovich” di Steven Soderbergh per avere un esempio lampante). Inizio forte, la crisi dei mutui subprime che diventa finalmente volti, carne, lacrime. Vengono a casa tua, te la prendono, e ci vengono con lo sceriffo, con lo Stato che approva e sottoscrive. Ma senza quel prestito per il portico, forse, ce l’avremmo fatta a ripagare il debito, ne avevamo davvero così tanto bisogno? Approccio multiforme, che demolisce ogni mito, che solo nel rigurgito morale finale svolta forse troppo verso una sorte di happy end che ci si poteva risparmiare. Ma probabilmente è solo colpa del cinismo imperante che mi ha e ci ha catturati tutti. Non indimenticabile quindi, ma da vedere.

Chiusura di giornata ancora con Orizzonti e con “Heaven Knows What” dei fratelli Josh e Benny Safdie. Underground americano tosto, da un romanzo di Arielle Holmes (“Mad Love in New York City”) che interpreta anche la protagonista Harley, quindi un vero e proprio “Christiane F. a New York”. Perché di quello si parla, di eroinomani sbandati e homeless nell’odierna Grande Mela. Amori, dosi, espedienti per sopravvivere alla giornata, tutto girato con uno stile documentaristico e crudo, con attori presi dalla strada che vivono e non interpretano i personaggi assegnati loro.

Un’educazione sentimentale e romanzo di formazione abbastanza classicheggiante nella struttura narrativa, che vive tutta del particolare contesto. Per un’ora e mezza noi viviamo con questi ragazzi ai margini della società, l’altra New York, quella borghese e patinata, rimane sempre fuori fuoco. Interessanti i raccordi casuali che si creano all’interno di una giornata festivaliera: dei tre film visti oggi, due si occupavano di ragazzi ai margini schiavi della droga e due degli ultimi d’America sempre fuori dalle categorizzazioni e dalle statistiche.

Un percorso tematico c’è, quando i selezionatori sanno fare il loro mestiere, ve lo dicevo già a Cannes, anche parallelo, tangenziale, nascosto. Ogni giorno ad un festival è un viaggio meraviglioso nella psiche del mondo, e sarà bello farlo insieme. Se avrete ancora voglia di seguirmi, l’appuntamento è per domani.

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