Home > Rubriche > Eventi > Venezia 71: dalla quiete dopo la tempesta all’inferno sulla Terra, il diario del 1 settembre

Venezia 71: dalla quiete dopo la tempesta all’inferno sulla Terra, il diario del 1 settembre

Dopo il tempestone serale che ci ha fatto temere uno straripamento lagunare da disaster movie di Roland Emmerich (sarebbe stata una brutta cosa testare sulla propria pelle il naufragio del progetto Mose tra tangenti e disservizi), la mattinata è solo uggiosa. Sarà che è il giorno di Giacomo Leopardi al Lido (che io non vedrò, ma la collega sì, non vi facciamo mancar nulla) e la quiete dopo la tempesta ci stava troppo bene: avrà organizzato tutto la produzione? Stessimo parlando degli americani ci sarebbe seriamente da dubitarne, ma RaiCinema, con i suoi potenti mezzi, probabilmente non potrebbe andare oltre un “ice bucket” con Germano protagonista.

Cinematograficamente si parte benino con “Tsili” di Amos Gitai fuori concorso. Vi rimando alla recensione, con una proiezione mattutina semideserta e piena di gente addormentata dopo dieci minuti, complici l’orario, le prime stanchezze da festival, e il contemporaneo catalizzatore Martone nella sala accanto.

Un film d’arte, composto da una serie di performances più che da uno sviluppo unitario, alcune molto riuscite, altre molto meno. Non sopporto il narratore esplicativo fuori campo, lo trovo, a parte rari casi, un espediente davvero troppo facile; quando poi arriva a metà film moltiplicate il tutto per quattro. Ermetico fino in fondo Gitai, e ti avrei apprezzato di più: così, rimani a metà del guado.

Si scappa in sala stampa per la conferenza di “Nymphomaniac“.

Lars Von Trier non c’è, ma ha inventato un’altra carnevalata delle sue per intrattenere la platea (perchè è così che lui considera la stampa, nient’altro che una platea, una delle più ostiche e stupide, parole sue). Vi rimando al mio articolo dedicato, qui, invece, parliamo della maratona in sala.

Entrambe le parti, director’s cut, un paio d’ore di pausa tra l’una e l’altra per alimentarsi, fumare, espletare funzioni corporali. Nei bagni della sala stampa, piccola parentesi, si espleta come se non ci fosse un domani. I solerti lavoratori dell’igiene (davvero mirabili, un applauso a tutti) non fanno in tempo ad “aerare il locale prima di soggiornarvi” che l’aria diventa di nuovo mefitica. Questo nella ritirata per gentiluomini, naturalmente, per le ladies immagino un costante profumo di violetta selvatica.

Torniamo a noi, e a Lars. Stellan Skarsgård e Charlotte Gainsbourg vengono ad accompagnare il film, per la seconda parte si aggiunge anche Uma Thurman (ma c’eri nella prima, Uma. Non è che hai sbagliato proiezione?).

La visione ininterrotta chiarisce il senso e la portata dell’intera operazione. Lars è cresciuto tra le donne, probabilmente Lars vorrebbe ESSERE una donna, e regala al sesso debole (definizione usata appositamente, mai più sbagliata che in quest’occasione) una sorta di nuovo manifesto di liberazione sessuale.

Alcune porte che negli anni Sessanta e Sessanta erano state aperte a calci si sono tristemente richiuse, almeno la rivoluzione sessuale abbiamo pensato per qualche tempo di averla acquisita, l’abbiamo data per scontata: ma una vera rivoluzione va sempre difesa, non diventa mai status quo. L’immaginario sessuale, anche cinematografico, è, anche oggi nel 2014, prevalentemente fallocentrico.

Cambiate sesso a Joe, alla protagonista del film (nome maschile, vi dice qualcosa? Andate alla recensione per approfondimenti) e tutta la storia cambierà verso e provocatorietà. L’ambizione di essere il trattato definitivo sulla materia è inevitabilmente destinata a fallire, ma adoro gli errori per eccesso, adoro il coraggio di provarci, comunque.

Tutto quello che si è detto mediaticamente sul film, sullo scandalo, sul porno, è fuffa lontana dal centro di gravità vero di tutta l’operazione. E, tra l’altro, Lars Von Trier cerca anche, in seconda battuta, di ridare dignità artistica al cinema hard, di sottrarlo all’amatorialità e a YouPorn: missione che interessa francamente meno, ma di cui speriamo comunque la riuscita. Intravisti un paio di tipi smanettarsi i gioielli di famiglia nelle prime file: non sto mica giudicando, ci mancherebbe, dico solo che la giovane Joe dispensa consigli anche ai masturbatori da competizione durante la prima parte, magari stavano solo testando la veridicità e la funzionalità dei consigli stessi…

Itra Von Trier e Tsukamoto si assiste a una carezza, ad un vero e proprio regalo che la sezione Orizzonti ci fa in una giornata di cinema importante ma tosto. “Hill of Freedom” di Hong Sang-soo (qui la recensione) è felicemente sospeso in un mondo frankcapriano, dove le buone azioni vengono premiate, dove le buone maniere e la gentilezza contribuiscono realmente a migliorare la piccola porzione di mondo attorno a noi.

Un espediente narrativo geniale (un fascio di lettere cade a terra e scompagina anche i piani temporali della narrazione, senza disorientare MAI lo spettatore, davvero un miracolo) e un espediente linguistico che rappresenta una vera e propria sfida (un giapponese in Corea, l’unica modalità di comunicazione è un inglese più o meno stentato, concetti e parole semplici per una storia semplice, perfetto). Ci ricorda, pur con le sue diversità, capolavori come “Breve incontro” di David Lean e “Lettera da una sconosciuta” di Max Ophuls.

La giornata si chiude all’inferno, Shinya Tsukamoto ci porta nella giungla filippina e ci violenta e tortura per un’ora e mezza con del cinema magnifico. L’agguato all’esercito giapponese in campo aperto nella notte fa impallidire la celeberrima sequenza iniziale dello spielberghiano “Salvate il soldato Ryan”. Troppo scosso per dire altro ora, probabilmente ci torneremo su domani, per adesso leggetevi la recensione (se vi va). Sospendiamo tutto, diamogli il Leone e andiamo a casa. Non succederà, e anche per questo ci si ritrova domani.

 

 

Scroll To Top