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Venezia 71: dalle “Anime nere” a Peter Bogdanovich, il diario del 29 agosto

Prima mattina al Lido di Venezia, giornata calda e limpida, la sveglia suona prestissimo ma ai Festival è prassi ed è anche un piacere. Una volta staccato con una spatola il muschio dalla schiena (sì, qui l’umidità è pari al mille per cento) siam pronti per una giornata dove troveremo vecchi leoni che tornano a ruggire, il primo italiano in Concorso e tutto quanto ancora potrà entrare nel (sempre troppo poco) tempo a disposizione.

Ci si avvia sotto il sole, venti minuti circa di cammino per arrivare in zona Casino/Palazzo del cinema, ci sarebbe anche un autobus ma ogni corsa costa DUE EURO E CINQUANTA, e visto che qui siamo sulla terraferma ce la si può fare tranquillamente a piedi.

Durante il tragitto ascolto una durissima minaccia di una mammina veneziana al suo bambino capriccioso: “Se non la smetti quando andiamo a casa ti finisco tutto un livello di SuperMario”. Oh, ma questa è roba da Telefono Azzurro, chiamate la polizia! Due riflessioni: ma i bambini di oggi sanno ancora chi è SuperMario? Pensavo fosse un reperto videoludico vintage quanto Pong o le Tartarughe Ninja (che stanno per tornare anche loro al cinema, tra l’altro, puntano ai buontemponi passatisti della mia età, ma non mi avranno mai). Meno male che c’è sempre un idraulico basso e grasso con baffoni e salopette che tiene alto il nome dell’Italia nel mondo. Ma soprattutto: se l’educazione impartita delle mamme venete è così all’acqua di rose ecco come si spiegano i vari Matteo Salvini che poi ci ritroviamo in giro per il mondo…

Con il primo film del giorno non si scherza più, e mi trovo di fronte ad una autentica sorpresa. “Anime nere” di Francesco Munzi (qui la nostra recensione), primo italiano del Concorso ufficiale, è davvero un buon film. Inserito appieno nel filone “criminal drama” che con le serie Tv di Stefano Sollima (“Romanzo criminale”, “Gomorra”) ha ripreso piede nel nostro Paese, ma con una forte impronta personale.

Liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco, ma cinematograficamente fortemente debitore all’indimenticabile “Fratelli” di Abel Ferrara e, in qualche personaggio, allo scorsesiano “The Departed”, ha il merito di portare finalmente sullo schermo la ‘ndrangheta, l’associazione criminale più potente al mondo, per volume d’affari e per penetrazione in tutti i gangli vitali dell’economia. Oramai global, dunque, ma profondamente radicata nella propria terra. In “Anime nere” incontriamo la famiglia Carbone, clan con interessi edilizi e di narcotraffico.

Vecchio capoclan morto ammazzato, tre fratelli: Luigi (Marco Leonardi), Rocco (Peppino Mazzotta) e Luciano (Fabrizio Ferracane). Quest’ultimo è l’unico rimasto nella terra natìa, un paesino dell’ Aspromonte, a mandare avanti una piccola azienda agricola e a cercare di tenere il figlio Leo fuori dai pericoli insiti nel destino familiare. Ma non sarà davvero facile.

È proprio il personaggio di Luciano il più interessante e innovativo di questa saga criminale, per altri versi abbastanza prevedibile. La sua scelta finale spezza il cerchio di sangue e colpisce al cuore e allo stomaco lo spettatore. Fotografia di taglio documentaristico, oscura come i personaggi rappresentati, e perfetta rappresentazione della realtà sociale calabrese, con le facce giuste e quel dialetto duro, gutturale, aspro come il monte sul quale viene parlato.

Ancora una volta, come in “Gomorra” di Matteo Garrone, si pone l’accento sulla bruttezza architettonica, sulla mancanza di gusto, sul cemento selvaggio: il brutto è specchio del degrado, è giusto insistere su questo concetto più e più volte, fino a che non partirà un piano governativo di riqualificazione territoriale (probabilmente mai). Niente d’indimenticabile, quindi, ma bravo Munzi, bravo davvero.

Dopo un po’ d’attesa per andare a tributare la meritata standing ovation a Frederick Wiseman, che avrebbe ricevuto di lì a poco il Leone d’Oro alla carriera dalle mani di Michel Piccoli, attesa rivelatasi vana per il completo esaurimento della Sala Grande (ma vabbè, Frederick lo avevamo già incrociato a Cannes dove ci concesse una breve ma indimenticabile, per il sottoscritto, intervista), ci si dirige verso la sala Darsena per la proiezione ufficiale di “These Are the Rules”, battente bandiera croata, in concorso nella sezione Orizzonti.

La Sala Darsena è la storica sala dell’accreditato veneziano, quella dove ogni addetto ai lavori si trova a casa sua. Quest’anno ha subito un rimodernamento ed un ampliamento, da interno di una sorta di vascello tappezzata in legno si è trasformata in una conchiglia con perfetta illuminazione e uno schermo davvero immenso. Una roba fatta con gusto, una cosa a cui non siamo più abituati in Italia.

Torniamo al film, diretto da Ognjen Svilicic, un piccolo gioiello. Una famiglia tranquilla, padre, madre e figlio, viene sconvolta da una tragedia inaspettata. Più che il finale alla “borghese piccolo piccolo”, il film funziona per la perfetta rappresentazione del cittadino medio indifeso di fronte all’apparato che lo sovrasta e lo governa, che pretende i doveri ma non riconosce i diritti, che spersonalizza il singolo individuo smaterializzandolo in moduli, numeri, rotelle insomma di quell’apparato burocratico che tutto macina e inghiotte. Potete trovarlo “on demand” su MyMovies, dura meno di un’ora e mezza, non vi farà perdere molto tempo. Reperirlo successivamente potrebbe essere difficile se non impossibile.

Dal piccolo cinema europeo si passa, attraverso i blasettiani “quattro passi tra le nuvole”, al cinema mainstream hollywoodiano. Per parlare della cocente delusione di “The Humbling” di Barry Levinson, con un Al Pacino deus ex machina che inghiotte il film e non gli lascia spazio per respirare e volare alto, vi rimando alla mia recensione e pospongo un discorso più approfondito su Al a domani, quando lo rivedremo, questa volta in Concorso, in “Manglehorn” di David Gordon Green e anche di persona nelle conferenze stampa dei due film.

La chiusura di giornata è uno dei momenti più emozionanti dell’intero Festival, lo è adesso e lo rimarrà anche alla fine della rassegna tra una settimana o poco più. Torna il grande regista/critico/cinefilo/mentore/tutto Peter Bogdanovich con la sua nuova commedia, presentata fuori concorso, “She’s Funny That Way”.

E qui bando alle anteprime stampa, qui si va in Sala Grande a godere col pubblico alla presenza di Peterone. Che si presenta in forma smagliante e cambia abito dalla conferenza stampa del primo pomeriggio per l’occasione, accompagnato dal suo cast capitanato da un raggiante e disponibilissimo con i fan Owen “nasino alla francese” Wilson ebbro di Crodini (perfino troppo forse, la proiezione parte in ritardo, ma va bene così). Mancano Imogen Poots Jennifer Aniston e Rhys Ifans, rimasti a casa.

Il film è una piccola commedia cinefila, citazionista, in una parola deliziosa. Fin dal testo introduttivo con il lettering da Hollywood dei tempi d’oro si capisce dove si sta andando a parare.

Siamo ai giorni nostri, ma i toni e le atmosfere sono da “sophisticated comedy” d’altri tempi, con il maestro Lubitsch come nume tutelare (si cita continuamente e viene riproposta nei titoli di coda un’intera sequenza del suo “Fra le tue braccia”). Non vi aspettate di ridere a crepapelle, qui parliamo di umorismo non di comicità, di sorrisi a mezza bocca, di piacevole soddisfazione, di scambi velocissimi di battute brillanti a getto continuo. Ma non pensate a un film per iniziati, per radical chic. Bogdanovich recupera dalla Hollywood anni 30 e 40 anche la capacità di attrarre e divertire OGNI tipologia di pubblico, trasversalmente.

Meritata standing ovation finale, con Bogdanovich e Wilson che scendono le scalette e vanno a dare i cinque al pubblico della platea, ed è la prima volta che vedo accadere questo da quando vengo a Venezia (ma ci vengo dall’anno scorso soltanto, per carità, non sto mica qui a fare il veterano). La narrazione, la finzione, l’abbellimento della realtà addolciscono la vita vera, la rendono migliore, essere felici è rivoluzionario: se vi sembrano ovvietà questa sera non rompetemi le scatole, io sono tornato felicemente indietro nel tempo, ad un altro cinema, ad un’altra sensibilità, a Holly Golightly di Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany” come nume tutelare.

Bolle di sapone che non durano lo spazio di un battito di ciglia, ma si vive anche e soprattutto per questi attimi. Io vado a inondare la gola con un paio di Spritz per mantenere artificialmente l’ebbrezza conquistata (e allora ce ne vorranno ben più di un paio), con voi l’appuntamento è per domani.

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