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Venezia 71: delusioni romane e mattoni cinesi, l’ultimo diario

È finita. Per davvero. Mentre si spengono gli echi di una cerimonia di premiazione che (sulla scia di Cannes e in controtendenza con gli orribili responsi della scorsa annata veneziana) ha premiato i meritevoli, il vostro fedele cronista è già con un piede sul vaporetto che lo riporterà alla stazione e di lì nel grigiore della vita vera.

Nessuna vita vera può reggere il paragone con le decine di vite cinematografiche vissute in questi giorni. Un Festival è un’occasione per viaggiare senza muoversi dalla poltrona, con la mente e con lo spirito, non solo nei luoghi ma nella psiche e nelle culture dei vari Paesi. Ma bando alla malinconia, bisogna ancora raccontarvi delle ultime visioni festivaliere, per poi tracciare un breve bilancio finale.

Il grosso calibro atteso per il finale di questa Mostra di Venezia è l’esordio cinematografico di Diego Bianchi aka Zoro, geniale videoblogger e conduttore televisivo, inventore di un format, poi abbandonato, perfetto nella sua apparente semplicità: far dialogare le due anime del PD, quella ex comunista e quella cattodemocristiana, condendo il tutto con un sunto dei fatti della settimana imbevuto di un umorismo tipicamente capitolino, che gioca con l’alto e il basso replicando ancora la doppia anima di cui parlavamo poco fa. “Tolleranza Zoro” è il nome della serie, una novantina di puntate, tutte disponibili su YouTube, fortemente consigliata più di qualsiasi programma informativo per capire davvero quello che è accaduto in Italia negli ultimi cinque anni.

Ho fatto questa premessa per farvi capire con quale pregiudizio positivo io sia entrato nella sala Perla dell’ex Casino di Venezia. Ma il cinema è un’altra cosa, caro Diego, a ognuno il suo mestiere.

Arance e martello”, questo il titolo, è un remake di “Fa’ la cosa giusta” di Spike Lee. Già questo rappresentava un rischio, riadattare alla realtà romana uno dei film-manifesto degli anni Novanta, con il quale la mia generazione è cresciuta. Ma il problema principale è che una sceneggiatura potenzialmente piena di idee è lasciata senza timone per manifesta assenza di mano registica. Il film non è diretto, non ha una linea visiva e testuale definita, è una sequela di microepisodi dall’alterna riuscita. Zoro assume su di sé una metafunzione di occhio registico/spettatoriale mettendosi sempre ai bordi dell’inquadratura, ma risultando in questo modo ancora più ingombrante. Non è una bocciatura totale, si ride spesso, a volte anche in maniera intelligente, a volte con sbrachi di volgarità gratuita che lasciano allibiti. Al cinema non si può essere cerchiobottisti, far vedere ogni cosa e il suo contrario, bisogna prendere posizione. Rimandato a settembre Zoro, quando ricomincerà il suo “Gazebo” su Rai3, quello sì un appuntamento davvero imperdibile.

Sono qui ora a darvi testimonianza di un episodio di bullismo contro la povera Ann Hui, stimata regista nonché Presidente della giuria di Orizzonti (da applausi la menzione speciale al “Belluscone” di Maresco, un’opera magnifica che v’invito ancora una volta a recuperare in sala). Non si può mettere un biopic di tre ore su una scrittrice cinese, “The Golden Era” è il titolo, come film di chiusura della manifestazione. I giornalisti sono stanchi, con la mente già alla premiazione, vogliosi davvero di evasione, di leggerezza. Un fuggi fuggi generale dalla proiezione stampa, e tutti a dire (me compreso) «Ma magari è colpa mia, non ci sono entrato dentro, avevo la testa da un’altra parte». A me è sembrato un polpettone insostenibile, ma mi riservo di rigiudicarlo successivamente. Posso dirvi solo una cosa: il film è ambientato in un arco temporale che va dagli anni Dieci agli anni Quaranta del Novecento, il titolo è “The Golden Era”. Ricordate quello che vi avevo detto qualche giorno fa sul cinema cinese odierno? La direttiva di partito è: DIMENTICARE Mao Tse-tung e la Rivoluzione culturale. Qui si parla di un’artista vissuta in precedenza, in una “età dell’oro”… Datemi pure del visionario, ma la tendenza è pienamente confermata.

I premi: contento per il Leone a Roy Andersson, per i due attori di Saverio Costanzo (più Adam Driver che Alba Rohrwacher), per Oppenheimer. La giuria presieduta da Alexandre Deplat ha davvero premiato il meglio, se escludiamo “Fires on the Plain” di Tsukamoto, per me di gran lunga il miglior film di questa edizione, ma ci si può davvero accontentare.

L’ultima immagine che m’investe in una sala veneziana prima della partenza è la più potente di tutto il Festival. Cortometraggio di Guillermo Arriaga contenuto nel film collettivo “Words with Gods”: Dio si suicida, e una pioggia di sangue invade il mondo. La natura continua imperterrita il suo corso, le macchine prodotte dall’uomo SI FERMANO. L’esistenza del Divino serve solo a noi uomini, è una pura costruzione intellettuale. Si poteva forse chiudere meglio? Credo proprio di no. Ringrazio chi mi ha seguito ancora una volta in quest’avventura, e vi do appuntamento ai prossimi Festival. Il cielo è rosso per un infuocato tramonto. Cominciasse davvero a piovere sangue,  rifugiatevi nell’ultimo luogo di culto che ha mantenuto un’intatta aura di sacralità: una sala cinematografica. Un saluto e alla prossima.

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