Home > Interviste > Venezia 71, intervista agli autori di Io Sto Con La Sposa

Venezia 71, intervista agli autori di Io Sto Con La Sposa

Giovani, bravi e pieni di vita, Gabriele Del Grande (giornalista) e Antonio Augugliaro (regista), insieme al poeta palestinese Khaled Soliman Al Nassiry, sono gli autori del film documentario “Io Sto Con La Sposa“, presentato  fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2014.

Li abbiamo incontrati per farci raccontare come è nato il progetto.

Ci sapete raccontare come è iniziato questo film e non solo, visto che poi si va oltre?

Antonio: Tutto inizia con la propria sensibilità. La voglia di stare vicino agli altri esseri umani e con la voglia di sentirsi una cosa unica. Sono anni che io e Gabriele, lui soprattutto, ci occupiamo di questi temi e cerchiamo di stare al fianco all’essere umano che sta vicino a noi e di vivere la vita insieme a loro.

Gabriele: Aggiungerei, oltre alla sensibilità, la capacità di sognare. In questo film ricorre spesso la parola sogno. C’è un lavoro visionario: immaginarsi un mondo e farlo esistere. Noi ci siamo immaginati un mondo dove le persone sono libere di viaggiare, dove si può trovare un po’ di coraggio nel dire di no a certe leggi che vanno un po’ contro la propria sensibilità. Grazie a un lavoro collettivo, questo è possibile. Non abbiamo ancora ringraziato abbastanza chi ci ha aiutato a realizzare il film. C’è un lavoro pazzesco dietro. E’ stato fatto da tantissime persone, a partire dagli attori, musicisti, cameramen, decine di persone che ci hanno ospitato lungo il viaggio, cento spose che sono venute oggi. E’ veramente un lavoro fatto dal basso, con la rete. Questo ci fa tanto piacere perché vuol dire che era un film necessario. Riporta anche un po’ di magia.

E’ un film che racconta il sogno di un Europa in cui non ci siano confini, non sia difficile viaggiare, ma in realtà è solo un sogno. L’impatto con la realtà per realizzare questo film quale è stato? Quali sono state le difficoltà che avete incontrato durante il viaggio?

Antonio: Sicuramente ci sono state difficoltà logistiche perché il viaggio è durato quattro giorni. Abbiamo percorso 3 mila kilometri e fare un documentario in queste condizioni vuol dire dormire con la telecamera sotto braccio, e svegliarsi con la telecamera puntata in faccia, dormire tre ore a notte (ride). I nostri tecnici a un certo punto mi hanno preso in disparte e mi hanno detto “Guarda soltanto perché siamo amici e si è creato un bel clima sennò saremmo già tornati a casa”. Questa la dice lunga sull’atmosfera che c’era durante il viaggio.

Oltre a un documentario sembra anche un film d’avventura. Com’è stato dal punto di vista personale la vostra avventura? Che difficoltà avete avuto nell’avere a che fare con quella che è , sostanzialmente, un’evasione?

Gabriele: Posso dirti che quando siamo tornati dal viaggio. Abbiamo girato molto tempo in macchina. Anche gli operatori non sapevano bene cosa avevano filmato gli altri. La sera non c’era tempo per rivedere il materiale.. Gli operatori non parlavano arabo, si fidavano. Io, personalmente, anziché sconsolarmi ho pensato che alla fine ho vissuto una storia da film. E’ stata talmente tanta l’energia, la tensione, la paura, la gioia la sera. Un’umanità che si è ricreata, non soltanto nostra ma di tutti quei posti dove siamo stati ospitati. L’Europa è una terra con tantissima bella gente. Prima del viaggio, questo film sta unendo in rete tante piccole isole, di gente che ha questo sogno.

Antonio: Per me affrontare questa avventura ha voluto dire sentirmi vivo. Da un momento all’altro non sapevamo cosa ci sarebbe successo. C’erano sempre ritardi, imprevisti e diciamo che lottavamo con tutte le nostre forze per realizzare un sogno. Per me questo è il senso della vita.

Gabriele: C’è anche questa sovrapposizione del sogno di noi cinque di ricominciare una vita in pace, in Svezia. E il sogno di tutto il resto del corteo di un mondo dove per spostarsi da una parte all’altra non devi comprarti il prezzo della tua morte.

Ora che il vostro lavoro è diventato di pubblico dominio, quanto temete delle conseguenze penali e se vi sentite tutelati?

Gabriele: Se fanno un processo arriviamo a quasi 3 mila indagati. Migliaia di persone si sono mosse per realizzare il film. Sono i nostri complici. Ci fanno sentire meno soli. Il rischio c’è. Se un pm volesse aprire un’indagine lo può fare. Da un lato siamo sicuri di aver fatto la cosa giusta, vedendo anche la reazione del pubblico, gli applausi. Siamo apposto per la coscienza. E’ come quando fai qualcosa per tuo figlio: è illegale ma è per tuo figlio. Speriamo di no, insomma!

Come si fa a contagiare la disobbedienza civile?

Gabriele: Mi piacerebbe contagiare l’obbedienza umana. Invitiamo la gente a scegliere da che parte stare.

Antonio: Se stare con la legge dello Stato scritta dagli uomini, o rispondere alla legge morale, quella del nostro cuore.

Gabriele: Il diritto non è neutro: le leggi vanno e vengono. Ci sono tanti esempi di leggi. Ti posso dire che nel ’43 un contrabbandiere sul Lago Maggiore portò 50 ebrei di Verona fuori dall’Italia nazista fingendo un matrimonio. La storia si ripete.

Il vostro è un film di denuncia per quei popoli che vivono in condizioni fisiche e morali disastrose..Cosa vi aspettate adesso che accada?

Antonio:Il valore di questo film è saper offrire uno sguardo diverso sulla questione immigrazione. Oggi l’unico punto di vista sono le immagini di barconi strapieni, morti in mare.. Noi vorremmo puntare l’attenzione sull’umanità delle persone che vivono questi drammi. Imparare tutti quanti insieme che non bisogna avere paura, anzi bisogna affrontare la situazione con delle soluzioni pratiche.

Gabriele: Il film, poi, fa un lavoro culturale. Nel senso che prova a dare una scossa al nostro immaginario collettivo. Soprattutto a quell’opinione pubblica che certe cose non le andrebbe a vedere. Il documentario classico, con un’intervista in camera, più incentrata sul vittimismo.. raggiunge un pubblico più ristretto, ovvero chi già la pensa in quel modo lì. Noi, invece, raccontiamo una storia dove ti affezioni ai personaggi: ridi, piangi con loro, e li segui durante tutto il viaggio. Trasformiamo quelli che sono i fantasmi delle nostre paure negli eroi di una storia. Ognuno, poi, si costruirà la propria opinione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scroll To Top