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Venezia 71, l’incontro con i registi di “Words with Gods”

L’allegra brigata dei registi di “Words with Gods” (l’abbiamo recensito qui) si è intrattenuta questo pomeriggio alla GQ House qui sul Lido di Venezia per un incontro con i giornalisti web.

In realtà, come prevedibile, tenere insieme un gruppo di nove artisti come questi è un’impresa impossibile. Emir Kusturica non è venuto a Venezia perché impegnato sul set.

Hideo Nakata è ripartito dopo la conferenza stampa di presentazione di ieri. Mira Nair ce l’ha messa tutta, ma è stata risucchiata nel vortice delle mille proiezioni del festival e non ci ha raggiunto. Ospite a sorpresa invece è stato uno degli attori protagonisti del secondo episodio del film, “L’uomo che rubò un’anatra”, Chico Díaz, che però è stato di poche parole e ha lasciato spazio ai sei registi presenti: Guillermo ArriagaHéctor Babenco, Bahman Ghobadi, Amos GitaiWarwick ThorntonÁlex de la Iglesia.

Arriaga, produttore e ideatore del progetto, è anche capitano della delegazione veneziana, e dichiara immediatamente: “noi filmmaker di questo progetto siamo umanisti. Non trattiamo la religione da puristi”.

In un breve intervento prima di lasciarci Amos Gitai certifica la sua stima per il progetto e per Guillermo Arriaga: “Io non nasco come cineasta ma come architetto. E so che la riuscita di un’edificio è legata a chi lo ha commissionato, una persona illuminata e di genio. Per questo voglio rendere omaggio a Guillermo, che è stato un partner illuminato, per aver concepito questo progetto e garantito una visione di insieme sempre consentendo a ognuno di noi la più completa autonomia. Ripeteva che questi erano i nostri film, e dovevamo essere liberi di esprimerci. È questa la ragione del successo di questo film, che rappresenta tutti i Paesi e tutti culti, e Guillermo ne è stato l’iniziatore”.

Álex de la Iglesia, nel suo film lei considera una caratteristica fondamentale del cristianesimo, quella del peccato e della sua espiazione. Proprio a Venezia nel 1995 con “Il giorno della bestia” aveva trattato gli stessi temi ma in maniera diversa.
Álex de la Iglesia: Non è diverso. Anche allora credevo, come credo ora, che l’uomo è e non può che essere un peccatore. Qui in “The Confession” il protagonista è ancora un peccatore, un killer, che non ha mai cercato di essere un buono in vita sua. Alla fine incontra un uomo, un peccatore come lui, e grazie a lui finalmente si pente. Si accorge che la sua vita è un disastro, e è per questo che viene perdonato, penso. Quando ti accorgi di avere torto, allora sei nel giusto. Se sei stato bravissimo per tutta la vita vai in paradiso, certo. Se sei un peccatore, un pervertito, un lussurioso ma alla fine ti accorgi che tutto è sttato uno sbaglio, sei migliore di chi è stato bravo tutta la vita. Questa è la grande speranza che arriva da Dio, e ciò che amo davvero del cattolicesimo.

Guillermo Arriaga, come è nata l’idea di inserire l’ateismo fra le altre religioni?
Guillermo Arriaga: Io stesso sono ateo, nato e crecsiuto così. Non ho mai saputo nulla di dio, di peccati o altro. Per i miei genitori peccato sono sempre stati la povertà e la corruzione, non il sesso. Mio padre era agnostico, mia madre si dice cattolica ma anche lei in fondo dubita. Quindi non ho mai udito la parola “peccato”; sono un vero ateo. Eppure con questo film non volevo fare propaganda. Il mio intento era letteralmente di confondere, così che ognuno potesse interpretare con i suoi mezzi. Nella mia storia Dio si suicida. Un ateo sa che con o senza Dio la vita va avanti.

Una domanda per tutti: qual era l’ispirazione che avreste voluto cogliesse gli spettatori dopo aver visto i vostri singoli film e il film nel suo complesso?
Warwick Thornton: Nel mio caso io non avevo risposte, ma domande: chi sono? cosa provo per l’umanità, per dio? Per me ad esempio mia madre è dio, perché ha creato la vita, la mia. Ma mi sono accorto che le domande che mi ponevo nel mio corto hanno trovato risposte negli altri episodi del film. E credo lo stesso valga per tutti gli altri episodi; ho questa bella sensazione su questo film di gruppo, dove ognuno ha creato risposte per gli altri.

Álex de la Iglesia: Fa bene parlare di religione, perché la religione è parlare con i propri sentimenti, cercare di trovare spiegazione alla vita e quel che ti circonda. Se separiamo la nostra vita dalle cose che ci impauriscono, quello è un problema. La religione (e anche l’ateismo) è dialogo fra noi e i problemi. E puoi dialogare anche ridendo, come nel caso del mio film. Ridere è un modo aperto di pensare; è il modo più
intelligente di pensare, credo. Se non credi in dio, io penso che hai un problema; come si spiega, per esempio, questo nostro incontro di oggi, questo mondo che ci circonda. E se non cerchi risposte, sei impaurito, insicuro; forse sei una persona cattiva. Ognuno può amare le risposte qualcuno di questi cortometraggi, ma queste domande esistono.

Guillermo Arriaga: Ho avuto il privilegio di guardare i corti così come arrivavano, uno dopo l’altro. Li avrò visti sessanta volte. Come diceva Warwick, sì, sono collegati. Ad esempio in tutti i corti ci sono animali. È importante. Warwick ha la formica; il mio finisce con le formiche. In quello di Álex si parla di portare la croce sulle spalle; nel succesivo Kusturica si trascina pesantissime rocce sulle spalle.

Álex De La Iglesia: Sono d’accordo, i corti sono collegati. All’inizio del film c’è il silenziio; è bellissimo: è la nascita. Poi si comincia a parlare, e a scoprire. A metà poi c’è la barzelletta (ridono, per il riferimento al suo episodio comico, ndr). E alla fine scopriamo il corto di Guillermo, che per me è la risposta definitiva: bisogna pensare alla morte. E anche se tuo padre muore, o il tuo dio, la vita va avanti.

Warwick Thornton: Sì, la morte di dio è la nascita della conoscenza, della natura. Tornando alla domanda, faccio notare che nessuno di noi si è mai incontrato mentre lavoravamo ai nostri episodi. Guillermo non voleva che ci influenzassimo a vicenda. Ci ha tenuti lontani. Eppure, altra coincidenza: nel mio film c’è una donna che partorisce e dà la vita; nel film successivo (quello di Hector Babenco, ndr) un padre uccide il figlio.

A Guillermo Arriaga: l’ordine degli episodi sembra avere molta importanza, partendo dal naturalismo arrivando alla mistica pioggia di sangue, paradossalmente l’episodio più religioso nonostante riguardi l’ateismo. L’uomo ha un’enorme bisogno di spiritualità?
Guillermo Arriaga: “Religione” viene dal latino “religare”, che vuol dire all’incirca come ci si rapporta con qualcosa che è oltre te. Nel mio caso non volevo parlare dell’essere atei, ma di come ci rapportiamo con le cose, e come ci creiamo uno scopo nella vita. Qualcuno mi ha chiesto perché doveva avere a che fare per forza con il dolore. Perché se fossimo sempre felici non avremmo bisogno di dio.
La mia idea da produttore era di bilanciare i vari film, perché volevamo creare un mondo comprensibile come un intero. Non dimentichiamo allora Mario Vargas Llosa che ha fatto un lavoro eccellente. E ovviamente sono orgoglioso di avere potuto lavorare con un premio Nobel.

Quale è stato il contributo di Mario Vargas Llosa? Ha partecipato attivamente alla produzione?
Guillermo Arriaga: No, abbiamo finito di girare tutto, poi Mario è stato invitato. Credeva di guardare un documentario. “Non mi avevi detto che era di finzione!”, si è sorpreso. Ma io l’ho fatto apposta, così come non volevo far influenzare i registi dei vari cortometraggi. Mario li ha visti quattro volte, e poi ha deciso che ci potesse essere un solo ordine possibile per disporli, e cioè l’ordine storico: prima la relazione con la nascita e la natura, poi i culti primordiali africani, e così via. Mario crede che l’ateismo sia l’ultimo dei modi di relazionarci con dio, perché è la fine del nostro rapporto col divino: l’uomo che uccide dio, cioè il padre. Io non volevo certo il mio cortometraggio a chiusura del film, sembra una mia vanità di cattivo gusto. Ma Mario ha detto che sarebbe stato di cattivo gusto non concedere a lui la libertà espressiva che ho dato agli altri artisti. Come fai a rispondergli allora? (ride)

Álex De La Iglesia: Io però non credo che Guillermo sia ateo. Prima di tutto perché ha fatto un film su dio (ride). Se davvero pensi che dio non esista, devi prima considerare se ne esistano dei segni, è un problema di logica.

Guillermo Arriaga: Ah, questo è un trabochetto! Mio padre me lo fa ogni volta. Allora se faccio un film sui fantasmi credo nei fantasmi?

Álex De La Iglesia: Sì, esatto! (ride)

Guillermo Arriaga: Insomma, io non credo in dio in sé, ma nella necessità degli uomini di relazionarsi con dio.

Álex De La Iglesia: Ciò è Dio.

Qual è stata la la difficoltà di realizzare storie così importanti nel limite ristretto del cortometraggio?
Bahman Ghobadi: quando fai un lungometraggio sul set c’è più gente, più teste, più soldi, e stai più a lungo con loro. I cortometraggi quasi non te li godi, durano troppo poco. Ma i corti sono il cinema vero, originale. E penso che Arriaga abbia avuto un’idea speciale; mi ha mandato indietro di 25 anni, quando facevo corti. Eppure in vita mia non ho mai avuto la sedia da regista  da dove gridare “Azione!”. Questa è la prima volta, e ho detto “Azione!” (ridono tutti).
Di solito devo impegnarmi a cercare idee per riuscire a riempire un lungometraggio. Adesso avevo idee da lungometraggio ma dovevo farne un corto!

Warwick Thornton: I lungometraggi rischiano di impigrirti, perché hai tutto il tempo che vuoi. Sui dieci minuti invece ti devi decidere e agire. Anch’io ho iniziato con i cortometraggi, e è un’arte riuscire a costruirli, un’arte perduta, perché tutti siamo pigri ormai.

Álex De La Iglesia: Se vuoi parlare di cattolicesimo, devi farne un lungometraggi. Per fare un corto devi diventare sveglio, intelligente. Noi parliamo di un mistero, e i migliori thirller e mistery sono corti. Siamo schiavi della creatività, per i corti, e è così bello perché puoi essere più libero.

Guillermo Arriaga: Io ho fatto alcuni corti recentemente, e la settimana prossimo andiamo a montare un corto appena finito. Ma “Words with Gods” per me è sembrato un lungometraggio, perché ho passato 2 mesi a montarlo. Bahman, che era con me, mi diceva “ma chi te lo fa fare?”.

Come è stato coinvolto Peter Gabriel per le musiche?
Guillermo Arriaga: Ovviamente stavamo cercando un compositore per il nostro film. Peter ha lavorato con gente da tutto il mondo. E ha scritto bellissime colonne sonore come “La tentazione di Cristo”. Un amico che conosce la figlia ci ha fatto incontrare. Mi ha detto “Hai mezzora con Peter Gabriel alle 9 di mattina. È in tour non ha tempo”. Ma dopo cinque minuti accettò di essere nel progetto e abbiamo continuato a parlare fino alla sera: proponeva idee, era entusiasta del progetto. Ricordo poi quando mi ha mandato la canzone: il cuore mi è esploso!

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