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Venezia 71, Mohsen Makhmalbaf racconta The President

Mohsen Makhmalbaf ha incontrato la stampa presente alla 71esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia dopo la proiezione del suo “The President“, il film che apre la sezione Orizzonti del Festival (qui la nostra recensione).

Con lui anche i due protagonisti Misha Gomiashvili, nei panni del dittatore di un paese immaginario, «un personaggio che somma tutti i dittatori del mondo», e il piccolo Dachi Orvelashvili che interpreta invece il nipotino.

“The President” parte come una commedia satirica, poi si fa via via più drammatico.
M. Makhmalbaf: Tutti i dittatori, anche se da lontano fanno paura, da vicino fanno ridere. Man mano che il racconto procede, il “presidente” assomiglia sempre di più a un dio che perde il potere. Nasciamo tutti bambini innocenti ma alcuni assumono un ruolo divino e decidono della sorte di altri essere umani. Il mio dittatore è un dio caduto nell’inferno costruito per il proprio popolo, e che pian piano si ricorda di essere un uomo.

Mohsen Makhmalbaf lavora ormai sempre all’estero a causa della censura iraniana: cosa significa essere un artista che deve rinunciare alla propria patria?
È difficile innanzitutto essere un artista che non può esprimersi. Un pittore privato della possibilità di dipingere non è più un pittore, un poeta senza poesia non è più un poeta. Allo stesso modo un regista senza film non è più un regista. Equivale a privarlo della propria identità. Il cinema iraniano negli ultimi anni è diviso in due parti: c’è chi, come la mia famiglia, va a lavorare all’estero e c’è chi invece resta in Iran ma non può più lavorare oppure finisce in prigione.

Misha Gomiashvili, cosa vuol dire impersonare un uomo così crudele come il dittatore protagonista di “The President”?
Nella storia del mondo poche persone hanno avuto così tanto potere. Ed è difficile, in una situazione del genere, non impazzire. Purtroppo le persone dimenticano com’erano prima di diventare così potenti e iniziano a vivere come se quella fosse da sempre la loro condizione naturale. Attraverso il mio personaggio ho voluto rappresentare l’incontro del dittatore con il popolo, e soprattutto con i ceti più bassi: a quel punto lui comprende le conseguenze di ciò che ha fatto, ma ormai è tardi.

Dachi Orvelashvili, come hai vissuto l’esperienza del set? È stato difficile per te, così giovane, affrontare una storia così dura?
Alcune volte sì, il lavoro sul set era difficile, ma non sempre. Mi sono trovato un po’ in difficoltà quando mi chiedevano di ridere o di piangere e io non ne avevo voglia. Vorrei poi ringraziare Hana che mi aiutato tanto.

M. Makhmalbaf: Sì, mia figlia Hana, che in “The President” era assistente alla regia, ha affiancato Dachi e lo ha aiutato spesso a concentrarsi sul suo ruolo.

M. Gomiashvili: Io e Dachi abbiamo instaurato un bellissimo rapporto e credo che lui si sia davvero innamorato di me, come il suo personaggio lo è del nonno. Domandava sempre a Mohsen, a Hana, a sua madre, se suo nonno alla fine del film sarebbe stato ucciso oppure no. Durante la scena finale si è messo a piangere davvero, e si trattava di una scena che avrebbe potuto mettere in crisi attori con molta più esperienza. Lui è stato bravissimo ad interpretarla così, semplicemente, senza usare le parole.

M. Makhmalbaf: Dachi rappresenta la speranza e l’innocenza, e il suo rapporto con il nonno consente un confronto tra due generazioni distanti. In più, Dachi incarna l’innocenza perduta del nonno stesso. Le domande che Dachi fa a Misha sono le domande che la coscienza del dittatore pone a se stessa. Se i dittatori dovessero ripondere alle domande di un bambino come Dachi, cosa direbbero? Vorrei invitare tutti i dittatori del mondo a guardare questo film con i propri nipoti. Prima di essere un film sui dittatori, “The President” è un film sulla violenza. La violenza perpetrata dai dittatori, ma anche la violenza insita nelle rivoluzioni. Quando un dittatore viene destituito il popolo continua ad usare la violenza ed ecco che ben presto arriva un altro dittatore- Perché la violenza produce  sempre altra violenza. Uno delle conseguenze peggiori dei regimi dittatoriali è la divisione delle famiglie. In Iran sono morte migliaia di persone, decine di migliaia sono in prigione ma milioni di persone sono state allontanate dalle proprie famiglie. La dittatura è un muro che spezza l’amore.

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