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Venezia 71: da Al Pacino a “Belluscone”, il diario del 30 agosto

Si inizia presto, molto presto, forse troppo presto. Ma la levataccia è premiata da una sorpresa assoluta, un piccolo film indiano delle “Giornate degli Autori” che si segnala tra le cose migliori viste finora qui al Lido, “Labour of Love” di Aditiya Vikram Sengupta. Vi rimando alla recensione (leggi la recensione di Labour of Love), oggi la giornata è densa di avvenimenti e non ho intenzione di scrivere (né di farvi leggere) un terzo tomo di “Guerra e Pace”.
Si ritorna da zio Pacino (ormai nonno Pacino visti i personaggi che gli danno da interpretare) con il suo film in concorso, “Manglehorn” di David Gordon Green, Un regista di personaggi più che di storie, con opere dalla qualità altalenante: quest’ultima non si segnala certo tra le più riuscite. Bisogna riconoscere al decadente Al Pacino una grande qualità, quella di scomparire dietro i suoi personaggi. Può un divo col suo carisma e la sua riconoscibilità essere credibile nei panni del dimesso gestore di un negozio di ferramenta? Sì, può, è praticamente l’unica cosa che funziona in un film piatto e senza nerbo, che cerca di elevare visivamente una sceneggiatura non proprio eccelsa. La due giorni Al Pacino mi porta a fare qualche considerazione: Al è in quella fase della carriera in cui ha la faccia e l’età giusta per interpretare uomini in crisi, schiacciati dal peso del proprio passato spesso ingombrante, impegnati a fare i conti con le persone che spesso hanno deluso, o da cui sono state tradite. Si può scegliere di accettare questo tipo di viale del tramonto, si può recitare svogliatamente qualsiasi sceneggiatura passi tra le mani (vedi De Niro), si può mantenere la propria grandeur e ritirarsi ancora da fascinoso impenitente (vedi Nicholson). Non so chi abbia avuto ragione, a voi l’ardua sentenza, io parteggio per la terza opzione e per il mitico Jack. L’inquadratura del vecchio coach mastro di chiavi (ma non guardia di porta) Manglehorn seduto sul ramo di un albero con un leoncino di peluche tra le mani è una roba che non avrei mai voluto vedere: non si vince un altro Oscar così Al, se davvero questo t’interessa ancora. In conferenza stampa si presenta però al massimo della forma, magro, occhiali da sole, capello tinto di nero corvino (e un po’ rinfoltito secondo me, dev’essere andato a fare una capatina da Caesar Kids a Pasadena, la filiale americana di Cesare Ragazzi). A proposito di “Kids”, nel ruolo dell’amico demente troviamo Harmony Korine, ruolo che gli calza a pennello (no Harmony, “Springbreakers” non te lo perdonerò mai).
Il tempo di uscire dall’ex Casino ora casa della stampa per mangiare un panino, e si assiste a un film pecoreccio, senza Bombolo, senza Banfi e Vitali, che non si svolge sugli schermi ma per strada. Gli indipendentisti veneti scelgono il sabato pomeriggio, momento di maggior affluenza di tutto il Festival di Venezia, per far vedere al mondo intero quanti co****ni abbiamo qui in Italia. Bandiere col leone di S.Marco, ranghi compatti, passo dell’oca, magliette arancioni (ma perchè, vorranno per caso un Veneto libero e dedito al calcio totale come la grande “arancia meccanica” dei Mondiali del ’74?) e urla belluine. Avete ragione voi, rendetevi indipendenti, l’anno prossimo saremo tutti qui al festival del cinema veneto, con un unico dubbio: quanto documentari sulla preparazione della polenta riuscirete a imbastire in dodici mesi? Per fortuna erano solo qualche centinaio, guardati con un misto di compassione e tenerezza dagli stessi indigeni presenti alla Mostra.
Torniamo a parlare di cinema che è meglio, e torniamo pure al Concorso ufficiale con l’anteprima stampa di “Loin des Hommes” di David Oelhoffen,(leggi la recensione di Loin Des Hommes) protagonista un bravissimo Viggo Mortensen. L’avevamo visto recitare a Cannes in perfetto spagnolo nel capolavoro “Jauja” di Lisandro Alonso, qui si esibisce in un francese altrettanto perfetto e ripulito da ogni tipo di accento. Regista franco/algerino, conflitto franco/algerino che vide l’Algeria affrancarsi dal colonialismo per diventare una nazione indipendente. Quindi materia sentitissima dall’autore, eppure se bisogna trovare un difetto a un film sicuramente riuscito è proprio una freddezza di fondo che raggela l’emotività di una “bromance” potenzialmente incandescente. Western nella prima parte, film bellico nella seconda, gli ampi spazi dell’altopiano dell’Atlante, e Viggo su tutti. Una visione densa, a tratti faticosa, ma è uno di quei film difficilissimi da giudicare e recensire: non mi ha di certo esaltato, ma è difficilissimo trovargli dei singoli difetti specifici.
In chiusura di giornata, uno degli eventi del Festival più attesi, almeno dal sottoscritto. Finalmente pronto dopo anni di gestazione, arriva in concorso ad Orizzonti “Belluscone. Una Storia Siciliana” di Franco Maresco. Avevamo visto delle sequenze sparse già al Festival di Torino di due anni fa, nel frattempo è successo di tutto, tra guai giudiziari e produttivi. Maresco combatte contro un sistema Paese che non vuole il suo film, che vorrebbe liquidarlo come materiale che arriva ormai fuori tempo massimo. E invece nel film, MAGNIFICO, oltre a ridere e inorridire sardonicamente allo stesso tempo troverete: un rapido ed esauriente sunto dell’ascesa imprenditoriale di Berlusconi favorita anche e soprattutto dai soldi e dalla protezione del boss mafioso Stefano Bontade, un analisi sul fenomeno neomelodico come musica a stretta emanazione criminale fatta per e ascoltata da pregiudicati per la maggior parte, una carrellata esilarante di personaggi presi dai quartieri popolari palermitani, la plastica rappresentazione del successo elettorale di Berlusconi in Sicilia, la dimostrazione che il berlusconismo si è innestato con radici profonde nella politica e nella comunicazione. Tutto questo in un’ora e mezza di film che scorre veloce, che non annoia mai, che si tiene sempre lontano dai pistolotti: non ha del miracoloso tutto ciò? Bisogna aiutare e sostenere Franco Maresco, bisogna chiedere alla Rai di trasmettere il film in prima serata, dobbiamo essere vicini a questo grande artista che, dopo la perdita del sodale Ciprì concessosi al cinema mainstream, donchisciottescamente continua a portare avanti la sua idea di cinema, barricadero, libero, senza compromessi. Purtroppo, di solito, questa libertà in Italia si paga cara. Non mi abbandona più il film di Maresco, è ancora tutto qui, negli occhi e nella mente. Tanti suoi amici ci recitano dentro, a cominciare da Tatti Sanguineti: era anche ne ‘Il caimano” di Moretti, nonostante lavori praticamente per il biscione la faccia ce la mette sempre. Coraggioso? Paraculo? Diciamo contraddittorio e chiudiamola qua.
Devo riprendermi, sono emotivamente scosso da una visione potente. C’è una festa per accreditati con l’open bar in un lido sulla spiaggia. Dite che qualche birra e un paio di vodke mi aiuteranno? Vi farò sapere, intanto, per oggi, vi saluto e vi rinnovo l’appuntamento per domani.
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