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Venezia 71, Peter Bogdanovich e Owen Wilson raccontano She’s Funny That Way

Grandi applausi e tante risate alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia per “She’s Funny That Way“, il ritorno alla commedia di Peter Bogdanovich (qui la nostra recensione) che omaggia esplicitamente il cinema di Ernst Lubitsch.

All’incontro con la stampa, oltre al regista, hanno partecipato anche gli interpreti Owen Wilson e Kathryn Hahn. Assenti invece la protagonista Imogen Poots e Jennifer Aniston.

“She’s Funny That Way” è un omaggio alla sophisticated comedy che cita espilicitamente “Cluny Brown” (“Fra le tue braccia”) di Ernst Lubitsch: qual è stata la genesi del progetto?

Peter Bogdanovich: L’idea alla base del film risale a parecchio tempo fa: nel 1979 ho girato “Saint Jack” – che proprio a Venezia ha ricevuto un premio dalla critica – e su quel set hanno recitato delle vere escort alle quali, finite le riprese, abbiamo dato dei soldi in più perché potessero cominciare una nuova vita (è più o meno ciò che succede anche a Izzy, il personaggio di Imogen Poots, ndr.). La lavorazione di “She’s Funny That Way” è però davvero partita solo quando abbiamo individuato in Owen Wilson il protagonista giusto. Per quanto riguarda invece la citazione da “Cluny Brown” di Lubitsch, si tratta semplicemente di uno dei miei film preferiti.

Owen Wilson: Per noi attori è stato bellissimo poter lavorare con Peter, sono felice che abbia pensato a me per questo ruolo.

Il personaggio di Owen Wilson ricorda quello interpretato dallo stesso attore in “Midnight in Paris” di Woody Allen.

O. Wilson: Sì, sono d’accordo. Del resto lì ero uno sceneggiatore, qui un regista. E poi Woody e Peter si somigliano, sono entrambi capaci di creare un’atmosfera particolarmente amichevole sul set, e sanno guidare gli attori in modo molto carino.

“She’s Funny That Way” si svolge a New York, nell’ambiente teatrale di Broadway. Perché proprio questa città?

P. Bogdanovich: New York rappresenta per me una costante fonte di ispirazione. C’è chi dice che la città sia ormai cambiata ma dal mio punto di vista resta tuttora un luogo magico nel quale vivere e scrivere. Ho studiato e lavorato a lungo in quei teatri prima di passare al cinema, sono molto legato a Broadway.

O. Wilson: È stato divertente per una volta girare davvero a New York, e non – per esigenze di produzione – in qualche posto in North Carolina che poi, nella finzione cinematografica, diventa New York.

Kathryn Hahn: L’ambientazione di “She’s Funny That Way”, in una New York bellissima e romanticamente idealizzata, è contemporanea ma anche nostalgica: tutto il film può essere letto come un ricordo.

Cosa pensa Peter Bogdanovich del cinema americano contemporaneo?

Non mi piace sputare nel piatto in cui non mangio («I don’t like to bite the hand that doesn’t feed me») ma Hollywood sta davvero andando nella direzione sbagliata, tra sequel, prequel, cartoni animati e film di supereroi. Quando James Cameron spese 150 milioni di dollari per realizzare “Titanic”, tutti si aspettavano che sarebbe stato un fallimento. Il film poi è stato un successo e da allora sembra che spendere 150 milioni di dollari sia la soluzione per tutto. L’America sta proprio attraversando un periodo di decadenza. Tra i registi che apprezzo ci sono Quentin Tarantino (occhio al cameo nel film, ndr.), Noah Baumbach, Wes Anderson (impegnati entrambi come produttori esecutivi, ndr.): mi piacciono perché i loro lavori non sembrano fatti con lo stampino. Tra l’altro è stato proprio Wes Anderson a presentarmi Owen Wilson. E poi io non sopporto gli effetti speciali: se ne sta facendo un abuso e a quel punto non credi più in nulla di ciò che vedi sullo schermo, sembra tutto falso.

A proposito dell’ambientazione newyorkese, “She’s Funny ThaT Way” è stato pensato anche come un tributo a “They All Laughed” (“… E tutti risero”)?

No, non lo considero un tributo, è solo un altro film ambientato a New York. Mi fa piacere però che sia stato citato “They All Laughed”, è il mio preferito tra quelli che ho girato, significa molto per me. E anche quello è stato presentato alla Mostra di Venezia, nel 1981.

Inizialmente “She’s Funny That Way” si sarebbe dovuto intitolare “Squirrels to the Nuts”, ovvero la battuta presa in prestito da “Cluny Brown”. Come mai il titolo è stato cambiato?

Perché “Squirrels to the Nuts” non era facilmente traducibile in altre lingue e ci sembrava che anche in inglese non funzionasse granché bene, dava quasi l’idea un film per bambini. “She’s Funny That Way” mi pare invece un titolo più adatto nel quale la parola “funny” non suggerisce qualcosa di superficiale, è un “funny” particolare, caratterizzato in modo curioso.

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